1. Denominazione del medicinale
Blitzima 100 mg concentrato per soluzione per infusione
Blitzima 500 mg concentrato per soluzione per infusione
2. Composizione qualitativa e quantitativa
Blitzima 100 mg concentrato per soluzione per infusione
Ogni mL contiene 10 mg di rituximab.
Ogni flaconcino da 10 mL contiene 100 mg di rituximab.
Blitzima 500 mg concentrato per soluzione per infusione
Ogni mL contiene 10 mg di rituximab.
Ogni flaconcino da 50 mL contiene 500 mg di rituximab.
Rituximab è un anticorpo monoclonale chimerico murino/umano ottenuto con tecniche di ingegneria
genetica, costituito da una immunoglobulina glicosilata con le regioni costanti IgG1 di origine umana
e con le sequenze della regione variabile della catena leggera e della catena pesante di origine murina.
L’anticorpo viene prodotto utilizzando una coltura di cellule di mammifero in sospensione (cellulle
ovariche di Hamster Cinese) e purificato con cromatografia di affinità e scambio ionico, incluse
specifiche procedure di inattivazione e rimozione virale.
Eccipienti con effetti noti
Ogni flaconcino da 10 mL contiene 7 mg di polisorbato 80.
Ogni flaconcino da 50 mL contiene 35 mg di polisorbato 80.
Ogni flaconcino da 10 mL contiene 2,3 mmol (52,6 mg) di sodio.
Ogni flaconcino da 50 mL contiene 11,5 mmol (263,2 mg) di sodio.
Per l’elenco completo degli eccipienti, vedere paragrafo 6.1.
3. Forma farmaceutica
Concentrato per soluzione per infusione.
Liquido limpido e incolore, con pH compreso tra 6,3 e 6,8 e osmolarità compresa tra 329 e 387
4. Informazioni cliniche
4.1 Indicazioni terapeutiche
Linfoma non-Hodgkin (LNH)
Blitzima è indicato per il trattamento di pazienti adulti affetti da linfoma follicolare al III-IV stadio
precedentemente non trattati, in associazione con chemioterapia.
La terapia di mantenimento con Blitzima è indicata per il trattamento di pazienti adulti con linfoma
follicolare che rispondono a terapia di induzione.
Blitzima in monoterapia è indicato per il trattamento di pazienti adulti con linfoma follicolare al III-IV
stadio che sono chemioresistenti o che sono alla loro seconda o successiva recidiva dopo
Blitzima è indicato per il trattamento di pazienti adulti affetti da linfoma non-Hodgkin, CD20 positivo,
diffuso a grandi cellule B, in associazione con chemioterapia CHOP (ciclofosfamide, doxorubicina,
Blitzima in associazione con chemioterapia è indicato per il trattamento di pazienti pediatrici (di età
compresa tra 6 mesi e meno di 18 anni) con linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL) CD20
positivo, linfoma di Burkitt (BL)/leucemia di Burkitt (leucemia acuta tipo cellule B mature; BAL) o
linfoma tipo Burkitt (BLL), in stadio avanzato precedentemente non trattato.
Leucemia linfocitica cronica (LLC)
Blitzima in associazione con chemioterapia è indicato per il trattamento di pazienti adulti con leucemia
linfocitica cronica (LLC) precedentemente non trattata e recidiva/refrattaria. Sono disponibili solo dati
limitati sull’efficacia e la sicurezza per pazienti precedentemente trattati con anticorpi monoclonali,
incluso Blitzima, o per pazienti refrattari a un trattamento precedente con Blitzima più chemioterapia.
Vedere paragrafo 5.1 per ulteriori informazioni.
Granulomatosi con poliangioite e poliangioite microscopica
Blitzima in associazione con glucocorticoidi è indicato per il trattamento di pazienti
granulomatosi con poliangioite (di Wegener) (GPA) e poliangioite microscopica (MPA) in forma
attiva di grado severo.
Blitzima in associazione con glucocorticoidi è indicato per l’induzione della remissione in pazienti
pediatrici (di età compresa tra 2 e meno di 18 anni) con GPA (di Wegener) e MPA in forma attiva di
Blitzima è indicato per il trattamento di pazienti adulti con pemfigo volgare (PV) da moderato a severo.
4.2 Posologia e modo di somministrazione
Rituximab deve essere somministrato sotto lo stretto controllo di un operatore sanitario esperto e in un
ambiente con immediata disponibilità di apparecchiature per la rianimazione (vedere paragrafo 4.4).
Premedicazione e trattamento profilattico
Tutte le indicazioni
La premedicazione con un farmaco antipiretico ed un antistaminico, ad es., paracetamolo e
difenidramina, deve sempre essere assunta prima di ogni somministrazione di rituximab.
Linfoma non-Hodgkin e leucemia linfocitica cronica
In pazienti adulti affetti da linfoma non-Hodgkin e leucemia linfocitica cronica (LLC), la
premedicazione con glucocorticoidi deve essere presa in considerazione se rituximab non è
somministrato in associazione con chemioterapia contenente glucocorticoidi.
Per i pazienti adulti affetti da LNH e LLC a cui viene somministrato rituximab alla velocità di
infusione di 90 minuti, la premedicazione con glucocorticoidi deve essere presa in considerazione se
rituximab non è somministrato in associazione a chemioterapia contenente glucocorticoidi.
Nei pazienti pediatrici affetti da linfoma non-Hodgkin, deve essere somministrata una premedicazione
con paracetamolo e un antistaminico anti-H1 (= difenidramina o equivalente) 30-60 minuti prima
l’inizio dell’infusione di rituximab. Occorre inoltre somministrare prednisone come indicato nella
Per i pazienti con LLC si raccomanda la profilassi con adeguata idratazione e somministrazione di
uricostatici iniziando 48 ore prima dell’inizio della terapia per ridurre il rischio di sindrome da lisi
tumorale. Per i pazienti con LLC la cui conta dei linfociti è > 25 x 109/L si raccomanda di
somministrare prednisone/prednisolone 100 mg per via endovenosa immediatamente prima
dell’infusione di rituximab per diminuire la percentuale e la gravità delle reazioni acute correlate a
infusione e/o la sindrome da rilascio di citochine.
Granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA), e pemfigo volgare
In pazienti affetti da GPA o MPA o da pemfigo volgare, la premedicazione con 100 mg di
metilprednisolone per via endovenosa deve essere completata 30 minuti prima di ogni infusione di
rituximab, al fine di ridurre l’incidenza e la gravità delle reazioni correlate a infusione (IRR).
In pazienti adulti affetti da GPA o MPA è raccomandata la somministrazione di metilprednisolone per
via endovenosa alla dose di 1.000 mg/die, da 1 a 3 giorni prima della prima infusione di rituximab
(l’ultima dose di metilprednisolone può essere somministrata nello stesso giorno della prima infusione
di rituximab). Questa deve essere seguita da prednisone per via orale alla dose di 1 mg/kg/die (non si
devono superare gli 80 mg/die e la riduzione scalare della dose deve avvenire quanto più rapidamente
possibile sulla base della condizione clinica) durante dopo la fase di induzione di 4 settimane del
trattamento con rituximab.
Per i pazienti adulti e pediatrici con GPA o MPA e per i pazienti adulti con pemfigo volgare (PV),
durante e dopo il trattamento con rituximab, è raccomandata la profilassi per la polmonite da
Pneumocystis jirovecii (PJP), come appropriato, in accordo alle linee guida locali sulla pratica clinica.
In pazienti pediatrici affetti da GPA o MPA, prima della prima infusione endovenosa di rituximab,
devono essere somministrate tre dosi giornaliere di metilprednisolone per via endovenosa da
30 mg/kg/die (non si deve superare 1 g/die), per trattare i sintomi severi di vasculite. Prima della prima
infusione di rituximab possono essere somministrate fino a tre ulteriori dosi giornaliere di
metilprednisolone per via endovenosa da 30 mg/kg.
Una volta completata la somministrazione endovenosa di metilprednisolone, i pazienti pediatrici
devono ricevere prednisone per via orale alla dose di 1 mg/kg/die (non si devono superare i 60 mg/die)
e la riduzione scalare della dose deve avvenire quanto più rapidamente possibile sulla base della
condizione clinica (vedere paragrafo 5.1).
È importante controllare l’etichetta del medicinale al fine di garantire la somministrazione al paziente
della formulazione appropriata (endovenosa o sottocutanea) come prescritto.
Adattamenti della dose durante il trattamento
Non sono raccomandate riduzioni della dose di Rituximab. Quando rituximab è somministrato in
combinazione con chemioterapia, si devono applicare le riduzioni posologiche standard per il
Linfoma non-Hodgkin follicolare
Terapia di associazione
La dose raccomandata di rituximab in associazione con chemioterapia per il trattamento di induzione
di pazienti con linfoma follicolare precedentemente non trattati o recidivanti/refrattari è: 375 mg/m2 di
superficie corporea per ciclo, fino a 8 cicli.
Rituximab deve essere somministrato il Giorno 1 di ogni ciclo di chemioterapia, dopo
somministrazione endovenosa del componente glucocorticoide della chemioterapia, se previsto.
Terapia di mantenimento
• Linfoma follicolare precedentemente non trattato
Per i pazienti con linfoma follicolare, precedentemente non trattati, che hanno risposto al trattamento
di induzione, la dose raccomandata di rituximab, usata come trattamento di mantenimento, è:
375 mg/m2 di superficie corporea una volta ogni due mesi (con inizio 2 mesi dopo l’ultima dose della
terapia di induzione), fino a progressione della malattia o per un periodo massimo di due anni (12
infusioni in totale).
• Linfoma follicolare recidivante/refrattario
Per i pazienti con linfoma follicolare ricaduto/resistente che hanno risposto al trattamento di induzione,
la dose raccomandata di rituximab, usata come trattamento di mantenimento, è: 375 mg/m2 di
superficie corporea una volta ogni 3 mesi (con inizio 3 mesi dopo l’ultima dose della terapia di
induzione), fino a progressione della malattia o per un periodo massimo di due anni (8 infusioni totali).
• Linfoma follicolare recidivante/refrattario
Per i pazienti adulti con linfoma follicolare allo stadio III-IV che sono chemioresistenti o che sono alla
loro seconda o successiva recidiva dopo chemioterapia, la dose raccomandata di rituximab in
monoterapia usata come trattamento di induzione, è: 375 mg/m2 di superficie corporea, somministrata
come infusione endovenosa una volta alla settimana per quattro settimane.
Per i pazienti che hanno risposto al precedente trattamento con rituximab in monoterapia per linfoma
follicolare recidivante/refrattario, la dose raccomandata per il ritrattamento con rituximab in
monoterapia,, è: 375 mg/m2 di superficie corporea, somministrata come infusione endovenosa una
volta alla settimana per quattro settimane (vedere paragrafo 5.1).
Linfoma non-Hodgkin diffuso a grandi cellule B in pazienti adulti
Rituximab deve essere impiegato in associazione con chemioterapia CHOP. Il dosaggio raccomandato
di 375 mg/m2 di superficie corporea, somministrato il Giorno 1 di ogni ciclo di chemioterapia per 8
cicli, dopo infusione endovenosa del componente glucocorticoide del CHOP. Nel linfoma non-
Hodgkin diffuso a grandi cellule B, non sono ancora state stabilite la sicurezza e l’efficacia di
rituximab in associazione con altre chemioterapie.
Leucemia linfocitica cronica
In pazienti precedentemente
non trattati e recidivi/refrattari, il dosaggio raccomandato di rituximab in
associazione con chemioterapia è di 375 mg/m2 di superficie corporea somministrato il Giorno 0 del
primo ciclo di trattamento seguito da 500 mg/m2 di superficie corporea somministrato il Giorno 1 di
ogni ciclo successivo per 6 cicli totali. La chemioterapia deve essere somministrata dopo infusione di
Granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA)
Ai pazienti trattati con rituximab deve essere consegnata la scheda di allerta per il paziente ad ogni
Induzione della remissione in pazienti adulti
In pazienti adulti con GPA e MPA, il dosaggio raccomandato di rituximab per la terapia d’induzione
della remissione, è di 375 mg/m
2 di superficie corporea, somministrato per infusione endovenosa una
volta alla settimana per 4 settimane (4 infusioni totali).
Terapia di mantenimento in pazienti adulti
In pazienti adulti con GPA e MPA, dopo la fase d’induzione della remissione con rituximab, la terapia
di mantenimento deve essere iniziata non prima che siano trascorse 16 settimane dall’ultima infusione
Dopo la fase d’induzione della remissione con altri immunosoppressori impiegati per il trattamento
standard, la terapia di mantenimento con rituximab deve essere iniziata durante il periodo di 4
settimane successivo alla remissione della malattia.
La somministrazione di rituximab deve avvenire mediante due infusioni endovenose da 500 mg
ciascuna, separate da un intervallo di due settimane, e seguite successivamente da un’infusione
endovenosa da 500 mg ogni 6 mesi. Il trattamento dei pazienti con rituximab deve proseguire per
almeno 24 mesi dopo l’ottenimento della remissione (assenza di segni e sintomi clinici),. Per i pazienti
che possono essere a più alto rischio di recidiva, i medici devono valutare un prolungamento della
terapia di mantenimento con rituximab, fino a una durata massima di 5 anni.
Ai pazienti trattati con rituximab deve essere consegnata la scheda di allerta per il paziente ad ogni
Il dosaggio raccomandato di rituximab per il trattamento del pemfigo volgare è di 1000 mg per
infusione endovenosa, seguita, due settimane dopo, da una seconda infusione endovenosa di 1000 mg,
in associazione con un ciclo di glucocorticoidi, con riduzione scalare della dose.
Terapia di mantenimento
Dopo 12 e 18 mesi e, se necessario, successivamente, ogni 6 mesi, sulla base della valutazione clinica
deve essere somministrata per via endovenosa un’infusione di mantenimento di 500 mg.
Trattamento della ricaduta
In caso di ricaduta, i pazienti possono essere trattati con 1000 mg per via endovenosa. Inbase alla
valutazione clinica, l’operatore sanitario deve altresì prendere in considerazione la ripresa o
l’incremento della dose di glucocorticoidi da somministrare al paziente.
La somministrazione delle infusioni successive può avvenire non prima che siano trascorse 16
settimane dall’infusione precedente.
Nei pazienti pediatrici di età compresa tra 6 mesi e meno di 18 anni con DLBCL CD20
positivo/BL/BAL/BLL in stadio avanzato, precedentemente non trattato, rituximab deve essere usato
in associazione con chemioterapia sistemica per Linfoma di Barkitt (Lymphome Malin B” (LMB)
(vedere tabelle 1 e 2). Il dosaggio raccomandato di rituximab è di 375 mg/m2 di superficie corporea
(BSA), somministrato per infusione endovenosa. Non sono necessari modificazioni della dose di
rituximab diversi da quelli per BSA.
Nei pazienti pediatrici di età compresa tra 6 mesi e meno di 18 anni, la sicurezza e l’efficacia di
rituximab per indicazioni diverse dal DLBCL CD20 positivo/BL/BAL/BLL in stadio avanzato,
precedentemente non trattato, non sono state ancora stabilite. Per i pazienti di età inferiore a 3 anni
sono disponibili soltanto dati limitati. Vedere paragrafo 5.1 per ulteriori informazioni.
Rituximab non deve essere usato nei pazienti pediatrici con linfoma diffuso a grandi cellule B CD20
positivo dalla nascita a 6 mesi di vita (vedere paragrafo 5.1).
Tabella 1 Posologia della somministrazione di rituximab per i pazienti pediatrici con linfoma
Ciclo Giorno di trattamento Dettagli relativi alla somministrazione
Prefase (COP) Nessuna
Ciclo di induzione 1
giorno 6 della prefase)
1a infusione di
Durante il 1° ciclo di induzione, prednisone viene
somministrato nell’ambito del regime
chemioterapico e deve essere somministrato prima
2a infusione di
Rituximab sarà somministrato 48 ore dopo la prima
infusione di rituximab.
Ciclo di induzione 2
3a infusione di
Nel 2° ciclo di induzione, prednisone non viene
somministrato contestualmente alla
somministrazione di rituximab.
4a infusione di
Rituximab sarà somministrato 48 ore dopo la terza
infusione di rituximab.
5a infusione di
Prednisone non viene somministrato
contestualmente alla somministrazione di
6a infusione di
Prednisone non viene somministrato
contestualmente alla somministrazione di
Giorni 25-28 del ciclo
di consolidamento 2
Ha inizio una volta ripristinata la conta delle cellule
periferiche dal ciclo di consolidamento 2 (CYVE),
con ANC > 1,0 x 109/l e piastrine > 100 x 109/l.
Giorno 28 del ciclo di
mantenimento 1 (M1)
ANC = conta assoluta dei neutrofili; COP = ciclofosfamide, vincristina, prednisone; COPADM = ciclofosfamide, vincristina,
prednisolone, doxorubicina, metotrexato; CYM = citarabina (Aracytin, Ara-C), metotrexato; CYVE = citarabina (Aracytin,
Ara-C), etoposide (VP16)
Tabella 2 Piano terapeutico per i pazienti pediatrici con linfoma non-Hodgkin: chemioterapia
concomitante con rituximab
Stadiazione del paziente Dettagli relativi alla somministrazione
Gruppo B Stadio III con alti livelli di LDH (> N x
2), stadio IV con SNC negativo
Prefase seguita da 4 cicli:
2 cicli di induzione (COPADM) con
HDMTX 3 g/m2 e 2 cicli di consolidamento
Gruppo C Gruppo C1:
BAL con SNC negativo, stadio IV e
BAL con SNC positivo e CSF negativo
Prefase seguita da 6 cicli:
2 cicli di induzione (COPADM) con
HDMTX 8 g/m², 2 cicli di consolidamento
(CYVE) e 2 cicli di mantenimento (M1 e
BAL con CSF positivo, stadio IV con
I cicli consecutivi devono essere somministrati non appena consentito dal ripristino della conta delle
cellule ematiche e dalla condizione del paziente, eccetto per i cicli di mantenimento che vengono
somministrati a intervalli di 28 giorni.
BAL = leucemia di Burkitt (leucemia acuta a cellule B mature); CSF = liquido cerebrospinale; HDMTX = metotrexato ad
alte dosi; LDH = lattato deidrogenasi; SNC = sistema nervoso centrale
Granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA)
Induzione della remissione
In pazienti pediatrici con GPA o MPA in forma attiva di grado severo, il dosaggio raccomandato di
rituximab per la terapia d’induzione della remissione è di 375 mg/m
2 di superficie corporea,
somministrato per infusione endovenosa una volta alla settimana per 4 settimane.
In pazienti pediatrici di età compresa tra 2 e meno di 18 anni, la sicurezza e l’efficacia di rituximab
non sono ancora state stabilite per indicazioni diverse dalla GPA o MPA in forma attiva di grado
Rituximab non deve essere usato in pazienti pediatrici di età inferiore a 2 anni affetti da GPA o MPA
in forma attiva di grado severo, poiché esiste la possibilità di una risposta immunitaria inadeguata
verso le vaccinazioni pediatriche contro comuni malattie infantili prevenibili con un vaccino (ad es.
morbillo, parotite, rosolia e poliomielite) (vedere paragrafo 5.1).
Non è necessaria la modifica del dosaggio in pazienti di età pari o superiore a 65 anni.
Modo di somministrazione
Tutte le indicazioni
La soluzione preparata di rituximab deve essere somministrata per infusione endovenosa tramite una
linea dedicata. Non deve essere somministrata a pressione (push) o come bolo endovenoso.
I pazienti devono essere attentamente monitorati per l’insorgenza della sindrome da rilascio di
citochine (vedere paragrafo 4.4). Ai pazienti che sviluppano reazioni severe, soprattutto dispnea severa,
broncospasmo o ipossia, deve essere immediatamente interrotta l’infusione. I pazienti con linfoma
non-Hodgkin devono poi essere valutati per la presenza di sindrome da lisi tumorale attraverso
l’effettuazione di appropriati esami di laboratorio e, in presenza di infiltrazione polmonare, tramite
radiografia del torace. In tutti i pazienti, l’infusione non deve essere ripresa fino a completa
risoluzione di tutti i sintomi e anormalizzazione dei valori di laboratorio e della radiografia del torace.
A questo punto l’infusione può essere inizialmente ripresa a una velocità ridotta della metà rispetto a
quella precedentemente adottata. Qualora le stesse stesse reazioni avverse severe, dovessero
manifestarsi una seconda volta, la decisione di interrompere il trattamento deve essere attentamente
considerata caso per caso.
Le reazioni correlate a infusione (infusion-related reactions, IRR) lievi o moderate (vedere
paragrafo 4.8), generalmente rispondono a una riduzione della velocità
di infusione. Quando i sintomi
migliorano, la velocità di infusione può essere aumentata.
Linfoma non-Hodgkin, leucemia linfocitica cronica, e pemfigo volgare nei pazienti adulti, e
granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA) nei pazienti adulti e
La velocità di infusione iniziale raccomandata è di 50 mg/h; dopo i primi 30 minuti, può essere
aumentata con incrementi di 50 mg/h ogni 30 minuti, fino a un massimo di 400 mg/h.
Le successive dosi di rituximab possono essere somministrate con una velocità di infusione iniziale di
100 mg/h e
aumentate di 100 mg/h ad intervalli di 30 minuti, fino a un massimo di 400 mg/h.
Linfoma non-Hodgkin – pazienti pediatrici
La velocità di infusione iniziale raccomandata è di 0,5 mg/kg/h (massimo 50 mg/h); in assenza di
ipersensibilità o reazioni correlate a infusione, tale velocità può essere incrementata progressivamente
di 0,5 mg/kg/h ogni 30 minuti, fino a un massimo di 400 mg/h.
Le successive dosi di rituximab possono essere somministrate con una velocità di infusione iniziale di
1 mg/kg/h (massimo 50 mg/h), che può essere aumentata di 1 mg/kg/h ogni 30 minuti fino a un
massimo di 400 mg/h.
Pazienti adulti – Solo per il linfoma non Hodgkin (NHL) e la leucemia linfocitica cronica (LLC):
Se i pazienti non hanno manifestato alcun evento avverso correlato all’infusione di Grado 3 o 4
durante il Ciclo 1, è possibile somministrare un’infusione di 90 minuti nel Ciclo 2 con un regime
chemioterapico contenente glucocorticoidi. Iniziare ad una velocità pari al 20% della dose totale
somministrata nei primi 30 minuti e con il restante 80% della dose totale somministrata nel corso dei
successivi 60 minuti. Se l'infusione della durata di 90 minuti risulta ben tollerata nel Ciclo 2, è
possibile impiegare la stessa velocità per la somministrazione del regime di trattamento restante (fino
al Ciclo 6 o 8).
L’infusione più rapida non deve essere somministrata ai pazienti che presentano malattie
cardiovascolari clinicamente significative, comprese aritmie, o che in passato hanno manifestato gravi
reazioni all’infusione di una qualsiasi terapia biologica precedente o rituximab
Ipersensibilità al principio attivo, alle proteine di origine murina o ad uno qualsiasi degli altri
eccipienti elencati nel paragrafo 6.1.
Infezioni attive, severe (vedere paragrafo 4.4).
Pazienti in stato di severa immunocompromissione.
Insufficienza cardiaca severa (classe IV New York Heart Association) o cardiopatia severa e non
controllata solo per l’uso nell’artrite reumatoide, nella granulomatosi con poliangioite, nella
poliangioite microscopica e nel pemfigo volgare
4.4 Avvertenze speciali e precauzioni di impiego
Al fine di migliorare la tracciabilità dei medicinali biologici, il nome e il numero di lotto del
medicinale somministrato devono essere chiaramente registrati.
Leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML)
A tutti i pazienti in terapia con rituximab per l’artrite reumatoide, la GPA, la MPA o il pemfigo
volgare deve essere consegnata la scheda di allerta per il paziente ad ogni infusione. La scheda di
allerta contiene importanti informazioni di sicurezza per i pazienti riguardo il rischio potenzialmente
maggiore di infezioni, compresa la leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML).
Casi fatali molto rari di PML sono stati riportati in seguito all’utilizzo di rituximab. Rituximab per il
trattamento dell’artrite reumatoide e delle malattie autoimmuni [incluso il Lupus Eritematoso
Sistemico (LES) e la vasculite] e durante l’uso successivo all’immissione in commercio di rituximab
nell’LNH e nella LLC (laddove la maggior parte dei pazienti aveva ricevuto rituximab in
combinazione con la chemioterapia o nel contesto del trapianto di cellule staminali ematopoietiche). I
pazienti devono essere monitorati ad intervalli regolari per ogni nuovo sintomo neurologico o di un
suo peggioramento o per segni indicativi di PML. In caso di sospetta PML, le ulteriori
somministrazioni devono essere sospese fino a quando la diagnosi di PML sia stata esclusa. Il medico
deve valutare il paziente per determinare se i sintomi sono indicativi di disfunzione neurologica e, se
così fosse, se tali sintomi sono suggestivi di possibile PML. Deve essere richiesta una consulenza
Neurologica se clinicamente indicata.
In caso di dubbio, deve essere presa in considerazione un’ulteriore valutazione, che includa esami
quali la RMN, preferibilmente con contrasto, il test del liquido cerebrospinale (CSF) per valutare il
DNA del virus JC e ripetute valutazioni neurologiche.
Il medico deve essere particolarmente attento ai sintomi indicativi di PML che il paziente può non
notare (ad es., sintomi cognitivi, neurologici o psichiatrici). Occorre inoltre consigliare al paziente di
informare il proprio partner, o chi si prende cura di lui, riguardo al trattamento, poiché essi possono
notare sintomi dei quali il paziente non è a conoscenza.
Se un paziente sviluppa PML, la somministrazione di rituximab deve essere definitivamente interrotta.
Nei pazienti immunocompromessi con PML, a seguito della ricostituzione del sistema immunitario, si
sono notati stabilizzazione o miglioramento. Non è noto se la diagnosi precoce di PML e la
sospensione della terapia con rituximab possano portare ad una stabilizzazione o ad un miglioramento
Nei pazienti trattati con rituximab si sono manifestati casi di angina pectoris, aritmie cardiache, quali
flutter atriale e fibrillazione, insufficienza cardiaca e/o infarto miocardico. Pertanto, i pazienti con
anamnesi di cardiopatia e/o chemioterapia cardiotossica, devono essere strettamente monitorati
(vedere di seguito “Reazioni correlate a infusione”).
Sulla base del meccanismo d’azione di rituximab e della conoscenza dell’importante ruolo giocato
dalle cellule B nel mantenimento della normale risposta immunitaria, a seguito della terapia con
rituximab, i pazienti presentano un aumentato rischio di infezione (vedere paragrafo 5.1). Durante la
terapia con rituximab possono manifestarsi infezioni gravi, anche fatali (vedere paragrafo 4.8).
Rituximab non deve essere somministrato ai pazienti con infezione attiva severa (ad es., tubercolosi,
sepsi e infezioni opportunistiche; vedere paragrafo 4.3) o ai pazienti gravemente immunocompromessi
(ad es., laddove i livelli di CD4 o CD8 siano molto bassi). I medici devono prestare attenzione nel
considerare l’impiego di rituximab nei pazienti con anamnesi di infezioni ricorrenti o croniche o con
condizioni di salute basali che possono ulteriormente predisporre i pazienti verso gravi infezioni, ad
es., ipogammaglobulinemia (vedere paragrafo 4.8). Prima dell’inizio del trattamento con rituximab, si
raccomanda la determinazione dei livelli di immunoglobuline.
I pazienti che, in seguito alla terapia con rituximab, segnalano segni e sintomi di infezione, devono
essere prontamente valutati e adeguatamente trattati. Prima di iniziare un successivo ciclo di
trattamento con rituximab, i pazienti devono essere rivalutati per qualsiasi rischio potenziale di
Per informazioni sulla leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML), vedere la sezione PML,
riportata in precedenza.
A seguito dell’impiego di rituximab, sono stati segnalati casi di meningoencefalite enterovirale, anche
Infezioni da epatite B
Nei pazienti trattati con rituximab, sono stati segnalati casi di riattivazione dell’epatite B, anche ad
esito fatale. La maggior parte di questi pazienti è stata anche esposta a chemioterapia citotossica.
Informazioni limitate ottenute da uno studio su pazienti con LLC recidiva/refrattaria suggeriscono che
il trattamento con rituximab può anche peggiorare l’esito delle infezioni da epatite B primaria.
Prima di iniziare il trattamento con rituximab, in tutti i pazienti deve essere effettuato lo screening per
il virus dell’epatite B (HBV) e deve includere, almeno, la valutazione di HBsAg e HBcAb. Questi
tests possono poi essere integrati con altri marcatori appropriati secondo le linee guida locali. I
pazienti con epatite B attiva non devono essere trattati con rituximab. I pazienti con sierologia positiva
per epatite B (HBsAg o HBcAb) devono essere valutati da clinici epatologi prima di iniziare il
trattamento e devono essere monitorati e gestiti secondo gli standard clinici locali per prevenire la
riattivazione dell’epatite B.
Test sierologici per le infezioni falsi negativi
A causa del rischio di test sierologici per le infezioni falsi negativi, per i pazienti che presentano
sintomi indicativi di malattie infettive rare, ad es., virus West Nile e neuroborreliosi, devono essere
considerati strumenti diagnostici alternativi,
Sono state segnalate reazioni cutanee severe, quali la necrolisi epidermica tossica (sindrome di Lyell)
e la sindrome di Stevens-Johnson, alcune ad esito fatale (vedere paragrafo 4.8). In caso di tali eventi,
con sospetta correlazione con rituximab, il trattamento deve essere interrotto definitivamente.
Linfoma non-Hodgkin e leucemia linfocitica cronica
Reazioni correlate a infusione
Rituximab è associato a reazioni correlate a infusione (IRR), che possono, a loro volta, essere correlate
rilascio di citochine e/o altri mediatori chimici. La sindrome da rilascio di citochine può risultare
clinicamente indistinguibile dalle reazioni acute di ipersensibilità.
Questo insieme di reazioni, che include sindrome da rilascio di citochine, sindrome da lisi tumorale e
reazioni anafilattiche e di ipersensibilità, è descritto di seguito.
Durante l’uso successivo alla commercializzazione di rituximab in formulazione endovenosa sono
state segnalate severe reazioni con esito fatale correlate all’infusione, la cui insorgenza si è verificata
in un intervallo di tempo compreso tra 30 minuti e 2 ore dopo l’inizio della prima infusione
endovenosa di rituximab. Tali reazioni sono state caratterizzate da eventi polmonari, incluse, in alcuni
casi, rapida lisi tumorale e caratteristiche della sindrome da lisi tumorale oltre a febbre, brividi, brividi
febbrili, ipotensione, orticaria, angioedema e altri sintomi (vedere paragrafo 4.8).
La sindrome da rilascio di citochine severa è caratterizzata da dispnea severa, spesso accompagnata da
broncospasmo e ipossia, oltre a febbre, brividi, brividi febbrili, orticaria e angioedema. Questa
sindrome può essere associata ad alcune caratteristiche della sindrome da lisi tumorale come
iperuricemia, iperkaliemia, ipocalcemia, iperfosfatemia, insufficienza renale acuta, lattato deidrogenasi
(LDH) aumentata e può essere associata ad insufficienza respiratoria acuta e morte. L’insufficienza
respiratoria acuta può essere accompagnata da eventi quali infiltrazione polmonare interstiziale o
edema polmonare, rilevabili con la radiografia del torace. La sindrome si manifesta frequentemente
entro una o due ore dall’inizio della prima infusione. I pazienti con anamnesi di insufficienza
polmonare o con infiltrazione tumorale del polmone, possono essere esposti a un maggiore rischio di
scarsi risultati e devono essere trattati con maggiore cautela. Ai pazienti che sviluppano sindrome da
rilascio di citochine severa, deve essere immediatamente interrotta l’infusione (vedere paragrafo 4.2) e
deve essere somministrato un trattamento sintomatico aggressivo. Poiché il miglioramento iniziale dei
sintomi clinici può essere seguito da un peggioramento, questi pazienti devono essere attentamente
monitorati fino alla risoluzione o all’esclusione della sindrome da lisi tumorale e dell’infiltrazione
polmonare. L’ulteriore trattamento dei pazienti dopo la completa risoluzione di sintomi e segni ha
raramente portato al ripetersi della sindrome da rilascio di citochine severa.
I pazienti con elevata massa tumorale o con elevato numero (≥ 25 x 109/l) di cellule neoplastiche
circolanti, come i pazienti con LLC, che possono essere esposti a un rischio maggiore di sindrome da
rilascio di citochine particolarmente severa, devono essere trattati con estrema cautela. Questi pazienti
devono essere monitorati molto attentamente per tutto il corso della prima infusione. In tali pazienti,
per la prima infusione, deve essere preso in considerazione l’utilizzo di una velocità di infusione
ridotta o una suddivisione della dose in due giorni durante il primo ciclo e a ogni ciclo successivo, se
la conta dei linfociti fosse ancora > 25 x 109/l.
Nel 77 % dei pazienti trattati con rituximab sono state osservate reazioni avverse di ogni tipo correlate
a infusione (compresa la sindrome da rilascio di citochine accompagnata da ipotensione e
broncospasmo nel 10 % dei pazienti) (vedere paragrafo 4.8). Questi sintomi sono generalmente
reversibili con l’interruzione dell'infusione di rituximab e con la somministrazione di farmaci
antipiretici, antistaminici e, occasionalmente, ossigeno, soluzione sodio cloruro 90mg/mL (0.9%) per
via endovenosa o farmaci
broncodilatatori, e glucocorticoidi se necessario. Per le reazioni severe
vedere la sindrome da rilascio di citochine descritta sopra.
In seguito alla somministrazione endovenosa di proteine, nei pazienti sono state osservate reazioni di
tipo anafilattico e altre reazioni di ipersensibilità. Diversamente dalla sindrome da rilascio di citochine,
le vere reazioni da ipersensibilità si manifestano, solitamente, entro minuti dall’inizio dell’infusione.
In caso di reazione allergica nel corso della somministrazione di rituximab, i prodotti medicinali per il
trattamento delle reazioni da ipersensibilità, ad es., epinefrina (adrenalina), antistaminici e
glucocorticoidi, devono essere disponibili per l'uso immediato. Le manifestazioni cliniche
dell’anafilassi possono apparire simili alle manifestazioni cliniche della sindrome da rilascio di
citochine (descritta sopra). Le reazioni attribuite a ipersensibilità sono state osservate con minore
frequenza rispetto a quelle attribuite al rilascio di citochine.
In alcuni casi sono state osservate ulteriori reazioni quali infarto del miocardio, fibrillazione atriale,
edema polmonare e trombocitopenia acuta reversibile.
Poiché durante la somministrazione di rituximab si può verificare ipotensione, si deve prendere in
considerazione la sospensione di medicinali anti-ipertensivi 12 ore prima dell’infusione di rituximab.
Sebbene rituximab non sia mielosoppressivo in monoterapia, deve essere posta particolare attenzione
nel considerare il trattamento di pazienti con neutrofili < 1,5 x 109/l e/o con conta delle
piastrine < 75 x 109/l, poiché per questo tipo di popolazione si ha una limitata esperienza clinica.
Rituximab è stato utilizzato in 21 pazienti che avevano effettuato trapianto di midollo osseo autologo e
in altri gruppi a rischio con una presumibile ridotta funzionalità midollare senza indurre mielotossicità.
Durante la terapia con rituximab deve essere eseguita regolarmente la conta ematica completa, inclusa
la conta dei neutrofili e delle piastrine.
La sicurezza dell’immunizzazione con vaccini virali vivi, a seguito di terapia con rituximab, non è
stata studiata per pazienti con LNH e LLC e non si raccomanda la vaccinazione con vaccini con virus
vivo. I pazienti trattati con rituximab possono ricevere vaccinazioni con virus non vivo; le percentuali
di risposta ai vaccini con virus non vivo possono tuttavia essere ridotte. In uno studio non
randomizzato, pazienti adulti con LNH con basso grado di recidiva, che hanno ricevuto rituximab in
monoterapia, quando confrontati con controlli di volontari sani non trattati, hanno mostrato un più
basso tasso di risposte alla vaccinazione di richiamo con antigeni del tetano (16 % rispetto a 81 %) e
neoantigeni Keyhole Limpet Haemocyanin (KLH) (4 % rispetto a 76 %, quando valutati per un
aumento del titolo anticorpale > 2 volte). Per pazienti con LLC sono prevedibili risultati simili
considerando le similitudini tra le due patologie, tuttavia ciò non è stato valutato attraverso studi
La media dei titoli anticorpali pre-terapeutici contro un pannello di antigeni (Streptococcus
pneumoniae, influenza A, parotite, rosolia, varicella) è stata mantenuta per almeno 6 mesi dopo il
trattamento con rituximab.
Per i pazienti di età inferiore a 3 anni sono disponibili soltanto dati limitati. Vedere paragrafo 5.1 per
Artrite reumatoide, granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA) e
Popolazioni con artrite reumatoide non esposti (naïve) a metotrexato (MTX)
L’uso di rituximab non è raccomandato nei pazienti non esposti (naïve) a MTX, dal momento che non
è stato stabilito un rapporto beneficio/rischio favorevole.
Reazioni correlate a infusione
Rituximab è associato a reazioni correlate a infusione (IRR), che possono essere associate al rilascio di
citochine e/o di altri mediatori chimici.
In pazienti con artrite reumatoide, nella fase successiva all’immissione in commercio, sono stati
osservati casi di IRR di grado severo con esito fatale. Nel trattamento dell’artrite reumatoide, negli
studi clinici, la maggior parte delle reazioni correlate a infusione era di intensità lieve-moderata. I
sintomi più comuni erano reazioni allergiche come cefalea, prurito, irritazione della gola, rossore,
eruzione cutanea, orticaria, ipertensione e piressia. In generale, la proporzione di pazienti che
manifestavano una qualche reazione all’infusione era più alta dopo la prima infusione che dopo la
seconda, in qualsiasi ciclo di trattamento. L’incidenza di IRR diminuiva nei cicli successivi (vedere
paragrafo 4.8). Le reazioni osservate erano generalmente reversibili con la riduzione della velocità di
infusione o con l’interruzione della somministrazione di rituximab e l’assunzione di antipiretici,
antistaminici e, occasionalmente, ossigeno, soluzione sodio cloruro per via endovenosa o
broncodilatatori e glucocorticoidi, se necessario. Monitorare attentamente i pazienti con condizioni
cardiache preesistenti e quelli che, in precedenza, hanno manifestato, reazioni avverse
cardiopolmonari. In funzione della severità delle IRR e all’intervento necessario, interrompere
temporaneamente o definitivamente la somministrazione di rituximab. Nella maggior parte dei casi,
quando i sintomi sono stati completamente risolti, l’infusione può essere ripresa riducendo la velocità
al 50 % (per es., da 100 mg/h a 50 mg/h),.
Medicinali per il trattamento delle reazioni di ipersensibilità, ad es., epinefrina (adrenalina),
antistaminici e glucocorticoidi, devono essere disponibili per l’uso immediato, in caso di reazioni
allergiche durante la somministrazione di rituximab.
Non ci sono dati relativi alla sicurezza di rituximab nei pazienti con scompenso cardiaco moderato
(classe III NYHA) o malattia cardiaca severa e non controllata. Nei pazienti trattati con rituximab, si è
osservato che condizioni preesistenti di ischemia cardiaca, quali l’angina pectoris, sono divenute
sintomatiche, così come fibrillazione e flutter atriale. Pertanto, nei pazienti con anamnesi di
cardiopatia, e in quelli che, in precedenza, hanno manifestato reazioni avverse cardiopolmonari, prima
del trattamento con rituximab deve essere considerato il rischio di complicanze cardiovascolari
conseguenti alle reazioni infusionali e i pazienti devono essere attentamente monitorati durante la
somministrazione. Poiché, durante l’infusione di rituximab si può verificare ipotensione, si deve
prendere in considerazione la sospensione di medicinali anti-ipertensivi 12 ore prima dell’infusione di
Le IRR in pazienti con GPA, MPA e pemfigo volgare erano coerenti con quelle osservate negli studi
clinici condotti in pazienti con artrite reumatoide e nella fase successiva all’immissione in commercio
(vedere paragrafo 4.8).
Neutropenia a esordio tardivo
Contare i neutrofili prima di ciascun ciclo di rituximab e ad intervalli regolari fino a 6 mesi dopo
l’interruzione del trattamento e in caso di segni o sintomi di infezione (vedere paragrafo 4.8).
I medici devono rivedere lo stato delle vaccinazioni del paziente e i pazienti, prima di iniziare la
terapia con rituximab, devono, se possibile, aver completato tutte le immunizzazioni, in accordo con le
linee guida vigenti per l’immunizzazione. Le vaccinazioni devono essere completate almeno
4 settimane prima della prima somministrazione di rituximab.
La sicurezza dell’immunizzazione con vaccini virali vivi seguente alla terapia con rituximab non è
stata studiata. Perciò la vaccinazione con vaccini con virus vivo non è raccomandata durante la terapia
con rituximab o durante il periodo di deplezione delle cellule B periferiche.
I pazienti trattati con rituximab possono ricevere vaccinazioni con virus non vivo; comunque, le
percentuali di risposta ai vaccini con virus non vivo possono essere ridotte. In uno studio randomizzato,
pazienti con artrite reumatoide trattati con rituximab e metotrexato hanno avuto tassi di risposta
comparabili con quelle dei pazienti che hanno ricevuto solo metotrexato: antigeni di richiamo del
tetano (39 % rispetto a 42 %), ridotte percentuali al vaccino polisaccaride del pneumococco (43 %
rispetto a 82 % ad almeno 2 sierotipi di anticorpi anti-pneumococco) e ai neoantigeni KLH (47 %
rispetto a 93 %), quando dati 6 mesi dopo rituximab. Se durante la terapia con rituximab vengono
richieste vaccinazioni con virus non vivo, queste devono essere completate almeno 4 settimane prima
dell’inizio del successivo ciclo di rituximab.
Nell’esperienza globale di ripetuti trattamenti di rituximab, nell’ambito dell’artrite reumatoide,
nell’arco un anno, le percentuali di pazienti con titoli anticorpali positivi contro S. pneumoniae,
influenza, parotite, rosolia, varicella e tossina del tetano, sono state generalmente simili alle
percentuali in condizioni basali.
Impiego concomitante/sequenziale di altri DMARD nel trattamento dell’artrite reumatoide
Nell’indicazione e nella posologia relative all’artrite reumatoide, l’impiego concomitante di rituximab
e di terapie antireumatiche diverse da quelle specificate, non è raccomandato.
Dagli studi clinici, ci sono dati limitati per valutare pienamente la sicurezza dell’uso sequenziale di
altri DMARD (inclusi inibitori del TNF e altri biologici), dopo rituximab (vedere paragrafo 4.5). I dati
disponibili indicano che il tasso di infezioni clinicamente rilevanti è invariata quando tali terapie sono
utilizzate in pazienti precedentemente trattati con rituximab; comunque i pazienti devono essere
strettamente osservati per segni di infezione se, dopo la terapia con rituximab, vengono utilizzati
agenti biologici e/o DMARD .
I farmaci immunomodulatori possono aumentare il rischio di tumori. Tuttavia, i dati disponibili non
suggeriscono un incremento del rischio di tumori con rituximab usato nelle indicazioni per patologie
autoimmuni oltre il rischio associato alla condizione autoimmune preesistente.
Questo medicinale contiene 7 mg di polisorbato 80 (E433) per flaconcino da 10 mL e 35 mg di
polisorbato 80 (E433) per flaconcino da 50 mL, equivalente a 0,7 mg/mL (per flaconcino da 10 mL) o
3,5 mg/mL (per flaconcino da 50 mL). I polisorbati possono provocare reazioni allergiche.
Questo prodotto medicinale contiene 2,3 mmol (o 52,6 mg) di sodio nel flaconcino da 10 mL e 11,5
mmol (o 263,2 mg) di sodio nel flaconcino da 50 mL, equivalenti, rispettivamente, al 2,6% e al 13,2%
dell’apporto giornaliero massimo raccomandato dall’OMS di 2 g di sodio per un adulto.
4.5 Interazioni con altri medicinali ed altre forme di interazione
Al momento si hanno dati limitati sulla possibile interazione di medicinali con rituximab.
In pazienti con LLC, la co-somministrazione con rituximab non sembra avere un effetto sulla
farmacocinetica di fludarabina o ciclofosfamide. In aggiunta, non c’è un apparente effetto di
fludarabina e ciclofosfamide sulla farmacocinetica di rituximab.
Nei pazienti con artrite reumatoide, la co-somministrazione con metotrexato non ha avuto alcun effetto
sulla farmacocinetica di rituximab.
I pazienti che hanno sviluppato anticorpi anti-proteine murine (HAMA) anticorpi anti-farmaco (ADA)
possono manifestare reazioni allergiche o di ipersensibilità quando vengono trattati con altri anticorpi
monoclonali diagnostici o terapeutici.
In pazienti con artrite reumatoide, 283 pazienti, dopo rituximab, hanno ricevuto successivamente una
terapia con un DMARD biologico. In tali pazienti, la percentuale di infezioni clinicamente rilevanti
durante la terapia con rituximab è stata 6,01 su 100 pazienti/anno confrontata con 4,97 su
100 pazienti/anno dopo il trattamento con il DMARD biologico.
4.6 Fertilità, gravidanza e allattamento
Contraccezione negli uomini e nelle donne
Tenuto conto che nei pazienti con deplezione di cellule B rituximab ha un lungo tempo di ritenzione,
le donne in età fertile devono usare metodi contraccettivi efficaci nel corso del trattamento e fino a 12
mesi dal completamento della terapia con rituximab.
È noto che le immunoglobuline IgG oltrepassano la barriera placentare.
A seguito di esposizione materna a rituximab, nei neonati umani i livelli di cellule B non sono stati
valutati nel corso degli studi clinici. Non ci sono dati adeguati e ben controllati di studi su donne in
gravidanza, comunque in neonati nati da madri esposte a rituximab durante la gravidanza sono state
osservate deplezione transitoria delle cellule B e linfocitopenia. Effetti simili sono stati osservati negli
studi condotti sugli animali (vedere paragrafo 5.3). Per tali ragioni, non si deve somministrare
rituximab in donne in gravidanza a meno che il possibile beneficio superi il potenziale rischio.
Dati limitati sull'escrezione di rituximab nel latte materno suggeriscono concentrazioni di rituximab
molto basse nel latte (dose relativa per lattanti inferiore allo 0,4%). Pochi casi in osservazione(follow-
up) di lattanti allattati con latte materno descrivono la crescita e lo sviluppo fino a 2 anni d’età.
Tuttavia, poiché questi dati sono limitati e i risultati a lungo termine sui lattanti allattati con latte
materno rimangono sconosciuti, l’allattamento non è raccomandato durante il trattamento con
rituximab e in maniera ottimale nei 6 mesi successivi al trattamento con rituximab.
Gli studi condotti sugli animali non hanno rivelato effetti deleteri di rituximab a carico degli organi
4.7 Effetti sulla capacità di guidare veicoli e sull’uso di macchinari
Non sono stati effettuati studi sugli effetti di Rituximab sulla capacità di guidare veicoli e sull’uso di
macchinari, anche se l’attività farmacologica e le reazioni avverse ad oggi riportate suggeriscono che
Rituximab non altera o altera in modo trascurabile la capacità di guidare veicoli o di usare macchinari.
4.8 Effetti indesiderati
Esperienza clinica nel linfoma non-Hodgkin e nella leucemia linfocitica cronica nei pazienti adulti
Riassunto del profilo di sicurezza
Il profilo di sicurezza complessivo di rituximab nel linfoma non-Hodgkin e nella leucemia linfocitica
cronica si basa su dati di pazienti in studi clinici e sulla sorveglianza successiva all’immissione in
commercio. Questi pazienti sono stati trattati con rituximab in monoterapia (come trattamento di
induzione o come trattamento di mantenimento post-induzione) o in associazione con chemioterapia.
In pazienti che hanno ricevuto rituximab, le reazioni avverse osservate più frequentemente sono state
le IRR che si sono manifestate nella maggior parte dei pazienti durante la prima infusione. L’incidenza
di sintomi correlati a infusione diminuisce significativamente con le successive infusioni ed è inferiore
all’1 % dopo otto dosi di rituximab.
Gli eventi infettivi (soprattutto batterici e virali) si sono verificati in studi clinici nel 30-55 % circa dei
LNH e nel 30-50 % circa dei pazienti con LLC.
Le reazioni avverse gravi più frequentemente registrate o osservate sono state:
• IRR (incluse la sindrome da rilascio di citochine e la sindrome da lisi tumorale), vedere
• Infezioni, vedere paragrafo 4.4.
• Eventi cardiovascolari, vedere paragrafo 4.4.
Altre reazioni avverse gravi riportate includono la riattivazione di epatite B e la PML (vedere
Tabella delle reazioni avverse
Le frequenze delle ADR riportate con rituximab in monoterapia o in associazione con chemioterapia
sono riassunte nella tabella 3. La frequenza è definita come molto comune (≥ 1/10), comune
(da ≥ 1/100 a < 1/10), non comune (da ≥ 1/1.000 a < 1/100), raro (da ≥ 1/10.000 a < 1/1.000), molto
raro (< 1/10.000) e non nota (la frequenza non può essere definita sulla base dei dati disponibili).
All’interno di ciascuna classe di frequenza, gli effetti indesiderati sono riportati in ordine decrescente
Le reazioni avverse identificate solo durante la sorveglianza successiva all’immissione in commercio e
per le quali non è possibile stimare
una frequenza, sono elencate sotto la voce “non nota”; vedere note
a piè di pagina..
Tabella 3 Reazioni avverse segnalate negli studi clinici o durante la sorveglianza successiva
all’immissione in commercio, in pazienti con LNH e LLC trattati con rituximab
in monoterapia/mantenimento o in associazione con chemioterapia
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota8
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota8
ipersensibilità anafilassi sindrome da
perdita di altri
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota8
cute e del
ico e del
dolore al collo,
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota8
dolore in sede
Per ciascuna voce, la frequenza si è basata sulle reazioni di qualsiasi grado (da lieve a severo) ad eccezione delle
voci contrassegnate con "+" dove la frequenza si è basata solo sulle reazioni severe (≥ grado 3 secondo i criteri
di tossicità comuni NCI). È riportata solo la frequenza più elevata osservata negli studi.
Include riattivazione e infezioni primarie; frequenza basata sul regime R-FC nella LLC recidiva/refrattaria.
Vedere anche la sottostante sezione “Infezioni”.
3 osservate durante la sorveglianza post marketing
Vedere anche la sottostante sezione “Reazioni avverse ematologiche”.
Vedere anche la sottostante sezione relativa alle reazioni correlate all’infusione. Raramente riportati casi fatali.
Segni e sintomi di neuropatia dei nervi cranici. Si è manifestata in tempi diversi fino a vari mesi dal
completamento della terapia con rituximab.
Osservate soprattutto in pazienti con precedenti patologie cardiache e/o chemioterapia cardiotossica e sono state
soprattutto associate con reazioni correlate all’infusione.
Inclusi casi fatali.
I seguenti termini sono stati riportati come reazioni avverse durante gli studi clinici; tuttavia, sono stati
riportati con un’incidenza simile o inferiore nei bracci rituximab rispetto ai bracci di controllo:
ematotossicità, infezione neutropenica, infezione delle vie urinarie, disturbo sensoriale, piressia.
Segni e sintomi caratteristici di una reazione correlata a infusione sono stati osservati in studi clinici in
più del 50 % dei pazienti e sono stati osservati soprattutto durante la prima infusione, generalmente
nelle prime due ore. Questi sintomi comprendono soprattutto febbre, brividi e brividi febbrili. Altri
sintomi includono rossore, angioedema, broncospasmo, vomito, nausea, orticaria/eruzione cutanea,
stanchezza, cefalea, irritazione della gola, rinite, prurito, dolore, tachicardia, ipertensione, ipotensione,
dispnea, dispepsia, astenia e sintomi della sindrome da lisi tumorale. Reazioni severe correlate a
infusione (come broncospasmo, ipotensione) si sono verificate con frequenza fino al 12 % dei casi.
In alcuni casi, ulteriori reazioni osservate sono state infarto miocardico, fibrillazione atriale, edema
polmonare e trombocitopenia acuta reversibile. Esacerbazione di condizioni cardiache preesistenti
come angina pectoris o insufficienza cardiaca congestizia oppure patologie cardiache severe
(insufficienza cardiaca, infarto miocardico, fibrillazione atriale), edema polmonare, insufficienza
multiorgano, sindrome da lisi tumorale, sindrome da rilascio di citochine, insufficienza renale e
insufficienza respiratoria sono state osservate con una frequenza inferiore o sconosciuta. L’incidenza
di sintomi correlati a infusione è diminuita sostanzialmente con le infusioni successive ed è < 1 % dei
pazienti dall’ottavo ciclo di trattamento contenente rituximab.
Descrizione di una selezione di reazioni avverse
Rituximab induce deplezione delle cellule B nel 70-80 % circa dei pazienti, ma questo evento è stato
associato ad una diminuzione delle immunoglobuline sieriche solo in una minoranza di pazienti.
In studi randomizzati, infezioni localizzate da candida, come da Herpes zoster, sono state osservate
con una più
elevata incidenza nel braccio con rituximab. Infezioni severe sono state osservate nel 4 %
circa dei pazienti trattati con rituximab in monoterapia. Frequenze più elevate di tutte le infezioni,
incluse infezioni di grado 3 o 4, sono state osservate durante il trattamento di mantenimento con
rituximab della durata di due anni se confrontate con il gruppo di controllo. Nel periodo di trattamento
della durata di due anni, in termini di infezioni osservate, non si è verificata tossicità cumulativa. In
aggiunta, durante il trattamento con rituximab sono state osservate altre infezioni virali gravi, sia
nuove, che riattivate o esacerbate, alcune delle quali sono state fatali. La maggior parte dei pazienti
aveva ricevuto rituximab in associazione con chemioterapia o come parte di un trapianto di cellule
staminali ematopoietiche. Esempi di queste infezioni virali gravi sono le infezioni causate da virus
herpetici (Citomegalovirus, Virus Varicella-Zoster e Virus dell’Herpes Simplex), JC virus
(leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML)), enterovirus (meningoencefalite) e virus
dell’epatite C(vedere paragrafo 4.4). Durante gli studi clinici sono stati anche osservati casi di PML ad
esito fatale che si sono verificati dopo la progressione della malattia e il ritrattamento. Sono stati
osservati casi di riattivazione di epatite B, la maggior parte dei quali si sono verificati in pazienti che
hanno ricevuto rituximab in associazione con chemioterapia citotossica. In pazienti con LLC
recidivante/refrattaria, l’incidenza di infezione di epatite B di grado 3/4 (riattivazione e infezione
primaria) è stata del 2 % in R-FC vs 0 % in FC. In pazienti con sarcoma di Kaposi preesistente, esposti
a rituximab, si è osservata progressione del sarcoma di Kaposi. Questi casi si sono verificati con
indicazioni non approvate e la maggior parte dei pazienti erano HIV positivi.
Reazioni avverse ematologiche
Negli studi clinici con impiego di rituximab in monoterapia somministrato per 4 settimane, in una
minoranza di pazienti si sono manifestate anomalie ematologiche che sono state generalmente lievi e
reversibili. Neutropenia severa (grado 3/4) è stata osservata nel 4,2 % dei pazienti, anemia nell’1,1 % e
trombocitopenia nell’1,7 % dei pazienti. Durante il trattamento di mantenimento con rituximab, della
durata di due anni, leucopenia (5 % vs 2 %, grado 3/4) e neutropenia (10 % vs 4 %, grado 3/4), sono
state osservate con un’incidenza più elevata quando confrontata con il gruppo di controllo.
trombocitopenia è stata bassa (< 1 %, grado 3/4) e non è stata differente tra i bracci di
Durante il trattamento negli studi con rituximab in associazione con chemioterapia, sono state
osservate leucopenia di grado 3/4 (R-CHOP 88 % vs CHOP 79 %, R-FC 23 % vs FC 12 %),
neutropenia (R-CVP 24 % vs CVP 14 %; R-CHOP 97 % vs CHOP 88 %, R-FC 30 % vs FC 19 % nella
LLC precedentemente non trattata), pancitopenia (R-FC 3 % vs FC 1 % nella LLC precedentemente
non trattata), generalmente con frequenze più elevate, quando confrontate con chemioterapia da sola.
Comunque, la più elevata incidenza di neutropenia in pazienti trattati con rituximab e chemioterapia,
non è stata associata ad una incidenza più alta di infezioni e infestazioni, se confrontata con pazienti
trattati con sola chemioterapia. Studi sulla LLC precedentemente non trattata recidivante/refrattaria,
hanno stabilito che nel 25 % dei pazienti trattati con R-FC la neutropenia è stata prolungata (definita
come conta dei granulociti neutrofili inferiore a 1x109/l tra il giorno 24 e il giorno 42 dopo l’ultima
dose) o si è manifestata con esordio tardivo (definito come conta dei granulociti neutrofili inferiore a
1x109/l oltre il Giorno 42 dopo l’ultima dose, nei pazienti che non avevano una precedente neutropenia
prolungata o che avevano recuperato prima del giorno 42), dopo il trattamento con rituximab e FC.
Non sono state osservate differenze nell’incidenza di anemia. Sono stati riportati alcuni casi di
neutropenia tardiva che si sono verificati più di quattro settimane dopo l’ultima infusione di rituximab.
Nello studio di prima linea sulla LLC, i pazienti nello stadio C di Binet hanno manifestato più eventi
avversi nel braccio R-FC rispetto al braccio FC (R-FC 83 % vs FC 71 %). Nello studio sulla LLC
recidiva/refrattaria, è stata riportata trombocitopenia di grado 3/4 nell’11 % dei pazienti nel gruppo R-
FC vs il 9 % dei pazienti nel gruppo FC.
Negli studi con rituximab in pazienti con macroglobulinemia di Waldestrom, sono stati osservati
aumenti transitori dei livelli sierici di IgM dopo l’inizio del trattamento, i quali possono essere
associati con iperviscosità e sintomi correlati. L’aumento transitorio di IgM generalmente ritorna
almeno al livello basale entro 4 mesi.
Reazioni avverse cardiovascolari
Negli studi clinici con rituximab in monoterapia, sono state osservate reazioni cardiovascolari nel
18,8 % dei pazienti con ipotensione e ipertensione quali eventi più frequentemente segnalati. Durante
l’infusione sono stati osservati casi di aritmia di grado 3 o 4 (incluse tachicardia ventricolare e
sopraventricolare) e angina pectoris. Durante il trattamento di mantenimento, l’incidenza di disordini
cardiaci di grado 3/4 è stata paragonabile tra i pazienti trattati con rituximab e il gruppo di controllo.
Eventi cardiaci sono stati osservati come eventi avversi seri (inclusa la fibrillazione atriale, l’infarto
miocardico, l’insufficienza ventricolare sinistra, l’ischemia miocardica) nel 3 % dei pazienti trattati
con rituximab in confronto a < 1 % del gruppo di controllo. Negli studi di valutazione di rituximab in
associazione con chemioterapia, l’incidenza di aritmie cardiache di grado 3 e 4, soprattutto aritmie
sopraventricolari come tachicardia e flutter/fibrillazione atriale, è stata più elevata nel gruppo
R-CHOP (14 pazienti, 6,9 %) se confrontato con il gruppo CHOP (3 pazienti, 1,5 %). Tutte queste
aritmie si sono verificate nel contesto dell’infusione di rituximab o sono state associate con condizioni
predisponenti quali febbre, infezione, infarto miocardico acuto o patologia respiratoria e
cardiovascolare preesistente. Non è stata osservata differenza tra il gruppo R-CHOP e CHOP in
termini di incidenza di altri eventi cardiaci di grado 3 e 4, inclusi l’insufficienza cardiaca, la malattia
del miocardio e le manifestazioni di malattia coronarica. Nella LLC, l’incidenza globale di patologie
cardiache di grado 3 o 4 è stata bassa sia nello studio di prima linea (4 % R-FC, 3 % FC) che nello
studio sulla recidiva/refrattaria (4 % R-FC, 4 % FC).
Sono stati osservati casi di malattia polmonare interstiziale, alcuni con esito fatale.
Durante il periodo di trattamento (fase della terapia di induzione costituita da R-CHOP per un
massimo di otto cicli), quattro pazienti (2 %) trattati con R-CHOP, tutti con fattori di rischio
cardiovascolare, hanno manifestato accidenti tromboembolici cerebrovascolari durante il primo ciclo
di trattamento. Non c’è stata differenza tra i gruppi di trattamento in termini di incidenza di altri eventi
tromboembolici. Al contrario, tre pazienti (1,5 %) hanno manifestato eventi cerebrovascolari nel
gruppo CHOP, i quali si sono tutti manifestati durante il periodo di osservazione (follow-up). Nella
LLC, l’incidenza globale di disordini del sistema nervoso di grado 3 o 4 è stata bassa sia nello studio
di prima linea (4 % R-FC, 4 % FC) che nello studio sulla recidiva/refrattaria (3 % R-FC, 3 % FC).
Sono stati osservati casi di sindrome da encefalopatica posteriore reversibile (PRES) / sindrome
leucoencefalopatia posteriore reversibile (RPLS). I segni e i sintomi includevano disturbo visivo,
cefalea, crisi convulsive e alterazioni dello stato mentale, con o senza ipertensione associata. Una
di PRES/RPLS, richiede conferma con imaging cerebrale. I casi osservati hanno riconosciuto
fattori di rischio per PRES/RPLS, inclusi il concomitante stato di malattia preesistente del paziente,
ipertensione, terapia immunosoppressiva e/o chemioterapia.
In pazienti che ricevevano rituximab per il trattamento di linfoma non-Hodgkin, è’ stata osservata
perforazione gastrointestinale ch,e in alcuni casi, ha portato a morte. Nella maggior parte di questi casi,
rituximab era somministrato con la chemioterapia.
Livelli di IgG
Nello studio clinico che ha valutato rituximab nel trattamento di mantenimento del linfoma follicolare
recidivante/refrattario, dopo il trattamento di induzione, la mediana dei livelli di IgG è stata sotto il
limite inferiore di normalità (LLN) (< 7 g/l), sia nel gruppo di controllo, che nel gruppo rituximab. Nel
gruppo di controllo, la mediana dei livelli di IgG è aumentata successivamente sopra il LLN, ma è
rimasta costante nel gruppo rituximab. Nei due anni del periodo di trattamento, la percentuale di
pazienti con livelli di IgG sotto il LLN è stata del 60 % circa nel gruppo rituximab, mentre è diminuita
nel gruppo di controllo (36 % dopo due anni).
Nei pazienti pediatrici trattati con rituximab è stato osservato un piccolo numero di casi spontanei e di
letteratura riferiti a ipogammaglobulinemia, in alcuni casi severi, e che hanno richiesto una terapia
sostitutiva con immunoglobuline a lungo termine. Le conseguenze della deplezione a lungo termine
delle cellule B nei pazienti pediatrici non sono note.
Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo
Sono stati segnalati, molto raramente, casi di necrolisi epidermica tossica (sindrome di Lyell) e
sindrome di Stevens-Johnson, alcuni ad esito fatale.
Sottopopolazioni di pazienti - rituximab in monoterapia
Anziani (età pari o superiore a 65 anni):
L’incidenza delle reazioni avverse di tutti i gradi e di grado 3/4 è stata simile nei pazienti anziani
rispetto a pazienti più giovani (età inferiore a 65 anni).
Malattia voluminosa (bulky)
Si è verificata una più elevata incidenza di reazioni avverse di grado 3/4 in pazienti con malattia
voluminosa (bulky), rispetto a pazienti senza malattia voluminosa (bulky) (25,6 % vs 15,4 %).
L’incidenza di reazioni avverse di ogni grado è stata simile in questi due gruppi.
La percentuale di pazienti che hanno riportato reazioni avverse durante il ritrattamento con ulteriori
rituximab è stata simile alla percentuale di pazienti che hanno riportato reazioni avverse
durante l’esposizione iniziale (reazioni avverse di ogni grado e di grado 3/4).
Sottopopolazioni di pazienti - Terapia di associazione con rituximab
Anziani (età pari o superiore a 65 anni)
L’incidenza di eventi avversi di grado 3/4 a livello dell’apparato emolinfopoietico è stata più alta in
pazienti anziani se confrontati a pazienti più giovani (età inferiore a 65 anni), con leucemia linfatica
cronica precedentemente non trattata o recidiva/refrattaria.
Esperienza clinica nei pazienti pediatrici con DLBCL/BL/BAL/BLL
Riassunto del profilo di sicurezza
È stato condotto uno studio multicentrico, in aperto, randomizzato, sulla chemioterapia del linfoma di
Burkitt (Lymphome Malin B) (LMB), con o senza rituximab, in pazienti pediatrici (di età compresa tra
6 mesi e meno di 18 anni) affetti da DLBCL CD20 positivo/BL/BAL/BLL in stadio avanzato,
precedentemente non trattato.
Un totale di 309 pazienti pediatrici hanno ricevuto rituximab e sono stati inclusi nella nell’analisi di
sicurezza di popolazione. I pazienti pediatrici randomizzati al braccio sottoposto a chemioterapia LMB
con rituximab o arruolati nel braccio singolo dello studio, sono stati trattati con rituximab con una
dose da 375 mg/m
2 di BSA e hanno ricevuto un totale di sei infusioni endovenose di rituximab (due
durante ciascuno dei due cicli di induzione e una durante ciascuno dei due cicli di consolidamento
dello schema LMB).
Il profilo di sicurezza di rituximab nei pazienti pediatrici (di età compresa tra 6 mesi e meno di 18
anni), affetti da DLBCL CD20 positivo/BL/BAL/BLL in stadio avanzato, non trattato in precedenza, è
risultato generalmente coerente, in termini di tipo, natura e severità, con il profilo di sicurezza noto per
i pazienti adulti affetti da LNH e LLC. Rispetto alla sola chemioterapia, l’aggiunta di rituximab al
regime chemioterapico ha determinato un aumento del rischio di alcuni eventi, tra cui le infezioni (ivi
Esperienza clinica nell’artrite reumatoide
Riassunto del profilo di sicurezza
Nell’artrite reumatoide, il profilo di sicurezza complessivo di rituximab si basa sui dati provenienti da
pazienti trattati in studi clinici e dalla sorveglianza successiva all’immissione in commercio.
In pazienti con artrite reumatoide, da moderata a severa, il profilo di sicurezza di rituximab è riassunto
nelle sezioni sottostanti. Negli studi clinici più di 3.100 pazienti hanno ricevuto almeno un ciclo di
trattamento e sono stati seguiti per un periodo variabile da 6 mesi a più di 5 anni; circa 2.400 pazienti
hanno ricevuto due o più cicli di trattamento con oltre 1.000 pazienti sottoposti a 5 o più cicli. Le
informazioni sulla sicurezza raccolte durante l’esperienza successiva all’immissione in commercio
riflettono il profilo atteso per le reazioni avverse già osservato negli studi clinici per rituximab (vedere
I pazienti hanno ricevuto 2 dosi da 1.000 mg di rituximab separate da un intervallo di due settimane, in
associazione con metotrexato (10-25 mg/settimana). Le infusioni di rituximab sono state
somministrate dopo infusione endovenosa di 100 mg di metilprednisolone; i pazienti hanno anche
ricevuto un trattamento con prednisone orale per 15 giorni.
Elenco tabulato delle reazioni avverse
Le reazioni avverse sono elencate nella tabella 4. La frequenza è definita come molto comune (≥ 1/10),
comune (da ≥ 1/100 a < 1/10), non comune (da ≥ 1/1.000 a < 1/100) ), raro (da ≥ 1/10.000 a < 1/1.000),
molto raro (< 1/10.000) e non nota (la frequenza non può essere definita sulla base dei dati disponibili).
All’interno di ciascuna classe di frequenza, gli effetti indesiderati sono riportati in ordine decrescente
Le reazioni avverse identificate solo durante la sorveglianza, successivamente all’immissione in
commercio, e per le quali non è possibile stimare una frequenza, sono elencate sotto la voce “non
nota”; vedere note a piè di pagina.
Le reazioni avverse più frequenti ritenute dovute all’assunzione di rituximab sono state le IRR.
studi clinici, l’incidenza totale di IRR è stata del 23 % con la prima infusione ed è diminuita con le
infusioni successive. IRR gravi sono state non comuni (0,5 % dei pazienti) e si presentavano
prevalentemente durante il ciclo iniziale. In aggiunta alle reazioni avverse osservate negli studi clinici
sull’artrite reumatoide condotti con rituximab, durante l’esperienza successiva all’immissione in
commercio, sono state osservate leucoencefalopatia multifocale progressiva (PML) (vedere
paragrafo 4.4) e reazione simile alla malattia da
Tabella 4 Riassunto delle reazioni avverse riportate negli studi clinici o durante la
sorveglianza successiva all’immissione in commercio, che si sono manifestate nei
pazienti con artrite
reumatoide che hanno ricevuto rituximab
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota
cute e del
per sistemi e
comune Comune Non comune Raro Molto raro Non nota
co e del tessuto
artralgia / dolore
IgG diminuite 6
Vedere anche la sezione infezioni di seguito.
Osservate durante la sorveglianza successiva all’immissione in commercio.
3Categoria di frequenza derivante dai valori di laboratorio raccolti nell’ambito del monitoraggio laboratoristico
di routine negli studi clinici.
Categoria di frequenza derivante dai dati successivamente all’immissione in commercio.
Reazioni che si verificano durante o entro le 24 ore dall’infusione. Vedere anche il sottostante paragrafo sulle
reazioni correlate all’infusione. Le IRR possono anche dipendere da ipersensibilità e/o dal meccanismo d’azione.
Include osservazioni raccolte nell’ambito del monitoraggio laboratoristico di routine.
Include casi fatali.
Cicli ripetuti di trattamento sono associati ad un profilo di reazioni avverse simile a quello osservato in
seguito alla prima esposizione. A seguito della prima esposizione a rituximab, la percentuale di tutte le
reazioni avverse era più alta durante i primi 6 mesi e successivamente diminuiva. Questo si verificava
soprattutto per le IRR (più frequentemente durante il primo trattamento), l’esacerbazione dell’artrite
reumatoide e le infezioni; tutte queste erano più frequenti nei primi 6 mesi di trattamento.
Descrizione di una selezione di reazioni avverse
Reazioni correlate a infusione
Negli studi clinici, dopo il trattamento con rituximab, le reazioni avverse più frequenti erano le IRR
(vedere tabella 4). Tra i 3.189 pazienti trattati con rituximab, 1.135 (36 %) ha manifestato almeno una
IRR con 733/3.189 (23 %) di pazienti che hanno manifestato una IRR successivamente alla prima
infusione del primo trattamento con rituximab. L’incidenza delle IRR diminuisce con le infusioni
successive. Negli studi clinici, meno dell’1 % (17/3.189) dei pazienti ha manifestato un IRR grave.
Negli studi clinici, secondo i comuni criteri di tossicità (CTC), non ci sono state IRR di grado 4 e
di morte dovuto a IRR. La proporzione di eventi di grado 3 secondo CTC e le IRR che
portavano alla sospensione del trattamento si riduceva nel corso dei trattamenti e risultavano rare dal
terzo ciclo in poi. La premedicazione con glucocorticoide per via endovenosa ha ridotto in modo
significativo l’incidenza e la gravità delle IRR (vedere paragrafi 4.2 e 4.4). Nella fase successiva
all’immissione in commercio, sono stati osservati casi severi di IRR con esito fatale.
In uno studio disegnato per valutare la sicurezza di un’infusione più rapida di rituximab in pazienti
affetti da artrite reumatoide, ai pazienti con artrite reumatoide in forma attiva, da moderata a severa,
che non avevano manifestato una IRR grave durante o entro le 24 ore successive alla prima infusione
studiata, è stato consentito di sottoporsi a un’infusione endovenosa di rituximab della durata di 2 ore.
Non sono stati ammessi allo studio i pazienti con anamnesi di grave reazione all’infusione di una
terapia biologica per l’artrite reumatoide. L’incidenza, le tipologie e la gravità delle IRR erano
coerenti con i dati storici. Non sono state osservate IRR gravi.
L’incidenza globale di infezioni riportata negli studi clinici era di circa 94 su 100 pazienti/anno. Le
infezioni erano soprattutto da lievi a moderate e riguardavano principalmente
infezioni delle vie aeree
superiori e delle vie urinarie. L’incidenza delle infezioni gravi o che richiedevano antibiotici per via
endovenosa era di circa 4 su 100 pazienti/anno. L’incidenza delle infezioni gravi non ha mostrato
alcun aumento significativo in seguito a cicli ripetuti con rituximab. Nel corso degli studi
state osservate infezioni delle basse vie aeree (inclusa infezione polmonare), con incidenza simile nei
gruppi trattati con rituximab rispetto ai gruppi di controllo.
Nell’esperienza post marketing, infezioni virali gravi sono state riportate in pazienti con artrite
reumatoide trattati con rituximab.
Casi di leucoencefalopatia multifocale progressiva con esito fatale, sono stati osservati in seguito
di rituximab per il trattamento di patologie autoimmuni. Queste includono l’artrite reumatoide
e patologie autoimmuni fuori dall’indicazione approvata (off-label), quali il Lupus Eritematoso
Sistemico (LES) e la vasculite.
In pazienti con linfoma non-Hodgkin, che avevano ricevuto rituximab in combinazione con
chemioterapia citotossica (vedere linfoma non-Hodgkin), sono stati riportati casi di riattivazione di
epatite B. Molto raramente, in pazienti con AR che avevano ricevuto rituximab, sono state anche
osservate riattivazioni di infezione da epatite B (vedere paragrafo 4.4).
Reazioni avverse cardiovascolari
Reazioni cardiache gravi sono state osservate con un’incidenza di 1,3 su 100 pazienti/anno tra quelli
trattati con rituximab e 1,3 su 100 pazienti/anno nei pazienti trattati con placebo. La proporzione di
pazienti con reazioni cardiache (tutte o gravi) non è aumentata nei vari cicli.
Sono stati segnalati casi di sindrome da encefalopatia posteriore reversibile (PRES)-sindrome della
leucoencefalopatia posteriore reversibile (RPLS). Segni e sintomi includevano disturbo visivo, cefalea,
crisi convulsive e alterazione dello stato mentale, con o senza ipertensione associata. Una diagnosi di
PRES/RPLS richiede la conferma attraverso imaging cerebrale. I casi descritti presentavano fattori di
rischio noti per PRES/RPLS, tra cui la malattia preesistente dei pazienti, ipertensione, terapia
immunosoppressiva e/o chemioterapia.
In seguito a trattamento con rituximab sono stati osservati casi di neutropenia, la maggior parte dei
quali erano transitori e di intensità lieve o moderata. La neutropenia può manifestarsi diversi mesi
dopo la somministrazione di rituximab (vedere paragrafo 4.4).
Negli studi clinici controllati verso placebo, lo 0,94 % (13/382) dei pazienti trattati con rituximab e lo
0,27 % (2/731) dei pazienti placebo ha sviluppato neutropenia severa.
Nell’esperienza successiva all’immissione in commercio sono stati raramente segnalati eventi
neutropenici, inclusa neutropenia ad esordio tardivo severa e persistente, alcuni dei quali sono stati
associati ad infezioni fatali.
Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo
Molto raramente, sono stati segnalati casi di necrolisi epidermica tossica (sindrome di Lyell) e
sindrome di Stevens-Johnson, alcuni ad esito fatale.
Anomalie di laboratorio
In pazienti con artrite reumatoide trattati con rituximab è stata osservata ipogammaglobulinemia (IgG
o IgM sotto il limite inferiore della norma). Non c’è stato aumento della percentuale di infezioni
generali o gravi in seguito a bassi livelli di IgG o IgM (vedere paragrafo 4.4).
Nei pazienti pediatrici trattati con rituximab è stato osservato un piccolo numero di casi spontanei e
letteratura riferiti a ipogammaglobulinemia, in alcuni casi severi e che hanno richiesto una terapia
sostitutiva con immunoglobuline a lungo termine. Le conseguenze della deplezione a lungo termine
delle cellule B nei pazienti pediatrici non sono note.
Esperienza clinica nella granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA)
Nei pazienti adulti e pediatrici con GPA/MPA, il profilo di sicurezza globale di rituximab si basa sui
dati ottenuti da pazienti trattati in 3 studi clinici e dalla sorveglianza successivamente all’immissione
Induzione della remissione in pazienti adulti (Studio 1 su GPA/MPA)
Nello Studio 1 su GPA/MPA, 99 pazienti adulti sono stati trattati con rituximab (375 mg/m2, una volta
alla settimana per 4 settimane) e glucocorticoidi, per l’induzione della remissione della GPA e MPA
(vedere paragrafo 5.1).
Le reazioni avverse emerse nello Studio 1 su GPA/MPA elencate nella tabella 5 con una categoria di
frequenza di “comune” o “molto comune” rappresentano tutti gli eventi avversi che si sono manifestati
con un’incidenza ≥ 5 % nel gruppo rituximab e con una frequenza più alta rispetto al gruppo di
Le reazioni avverse identificate solo durante la sorveglianza successivamente all’immissione in
commercio, e per le quali non è possibile stimare una frequenza, sono elencate sotto la voce “non
nota”; vedere note a piè di pagina.
Tabella 5 Reazioni avverse verificatesi a 6 mesi in ≥ 5 % dei pazienti che hanno ricevuto
rituximab nell’ambito dello Studio 1 su GPA/MPA (Rituximab n=99, ad una frequenza
più alta rispetto al gruppo di confronto), o durante la sorveglianza successiva
all’immissione in commercio.
Classificazione per sistemi
e organi secondo
Molto comune Comune Non nota
Infezioni ed infestazioni infezioni delle vie urinarie,
infezioni virali gravi1,2,
Patologie del sistema
Disturbi del sistema
sindrome da rilascio di
Disturbi del metabolismo e
Disturbi psichiatrici insonnia
Patologie del sistema
Patologie vascolari ipertensione rossore
toraciche e mediastiniche
Patologie gastrointestinali diarrea dispepsia,
Patologie della cute e del
Patologie del sistema
muscoloscheletrico e del
dolore agli arti
Patologie generali e
condizioni relative alla
Esami diagnostici emoglobina ridotta
1Osservate durante la sorveglianza successiva all’immissione in commercio.
2Vedere anche la sezione infezioni di seguito.
Terapia di mantenimento negli adulti (Studio 2 su GPA/MPA)
Nello Studio 2 su GPA/MPA, un totale di 57 pazienti adulti affetti da GPA e MPA in forma attiva di
grado severo sono stati trattati con rituximab per il mantenimento della remissione (vedere paragrafo
Tabella 6 Reazioni avverse verificatesi in ≥ 5% dei pazienti che hanno ricevuto rituximab,
nell’ambito dello Studio 2 su GPA/MPA (Rituximab n=57), e ad una frequenza
più alta rispetto al gruppo di confronto, o durante la sorveglianza successiva
all’immissione in commercio.
Classificazione per sistemi
e organi secondo
Molto comune Comune Non nota
Infezioni ed infestazioni bronchite rinite infezioni virali gravi1,2,
toraciche e mediastiniche
Patologie gastrointestinali diarrea
Patologie generali e
condizioni relative alla
sede di somministrazione
reazioni correlate a
1Osservate durante la sorveglianza successiva all’immissione in commercio.
2Vedere anche la sezione infezioni di seguito.
Informazioni più dettagliate sulle reazioniㄷcorrelate a infusione sono fornite nel paragrafo “Descrizione di una selezione
di reazioni avverse”.
Il profilo di sicurezza complessivo è risultato coerente con quello ben definito di rituximab nelle
indicazioni autoimmuni approvate, ivi incluse GPA e MPA. Complessivamente, il 4% dei pazienti nel
braccio trattato con rituximab ha manifestato eventi avversi che hanno comportato l’interruzione della
terapia. Gli eventi avversi nel braccio trattato con rituximab erano, per la maggior parte, di intensità da
lieve a moderata. Nel braccio trattato con rituximab nessun paziente ha sviluppato eventi avversi con
Gli eventi più frequentemente segnalati e considerati reazioni avverse da farmaco sono stati infezioni
e reazioni correlate a infusione.
Osservazione (follow-up) a lungo termine (Studio 3 su GPA/MPA)
In uno studio di sicurezza osservazionale, a lungo termine,, 97 pazienti affetti da GPA e MPA hanno
ricevuto il trattamento con rituximab (media di 8 infusioni [intervallo da 1 a 28]) fino a un massimo
di 4 anni, a discrezione dei rispettivi medici e secondo la loro pratica abituale. Il profilo di sicurezza
complessivo è risultato coerente con quello ben definito di rituximab nell’artrite reumatoide, nella
GPA e nella MPA, e non sono state segnalate nuove reazioni avverse.
Uno studio a braccio singolo, in aperto, è stato condotto su 25 pazienti pediatrici affetti da GPA o
MPA in forma attiva di grado severo. Il periodo complessivo dello studio era costituito da una fase
d’induzione della remissione della durata di 6 mesi, con un periodo di osservazione (follow-up) della
durata minima di 18 mesi e massima complessiva di 4,5 anni. Durante la fase di osservazione (follow-
up) rituximab è stato somministrato a discrezione dello sperimentatore (17 su 25 pazienti hanno
ricevuto un trattamento aggiuntivo con rituximab). Era consentito il trattamento concomitante con
altre terapie immunosoppressive (vedere paragrafo 5.1).
Le reazioni avverse sono state considerate eventi avversi manifestatisi con un’incidenza ≥ 10% e
comprendevano: infezioni (17 pazienti [68%] nella fase d’induzione della remissione; 23 pazienti
[92%] nel periodo complessivo dello studio), IRR (15 pazienti [60%] nella fase d’induzione della
remissione; 17 pazienti [68%] nel periodo complessivo dello studio) e nausea (4 pazienti [16%] nella
fase d’induzione della remissione; 5 pazienti [20%] nel periodo complessivo dello studio).
Durante il periodo complessivo dello studio il profilo di sicurezza di rituximab è risultato coerente con
quello riportato nel corso della fase d’induzione della remissione.
Il profilo di sicurezza di rituximab, in pazienti pediatrici affetti da GPA o MPA, è risultato coerente
per tipologia, natura e severità degli eventi avversi, con quello noto in pazienti adulti per le indicazioni
autoimmuni approvate, ivi incluse GPA o MPA nell’adulto.
Descrizione di una selezione di reazioni avverse
Reazioni correlate a infusione
Nello Studio 1 su GPA/MPA (valutazione dell’induzione della remissione patologica in pazienti
adulti), le IRR sono state definite come qualsiasi evento avverso verificatosi entro 24 ore
dall’infusione e considerato, per la sicurezza, correlato a infusione dallo sperimentatore nella
popolazione studiata. Dei 99 pazienti trattati con rituximab, 12 (12%) hanno manifestato almeno una
IRR. Tutte le IRR erano di grado 1 o 2 secondo CTC. L’IRR più comune comprendeva la sindrome da
rilascio di citochine, rossore, irritazione della gola e tremore. Rituximab è stato somministrato in
associazione con glucocorticoidi per via endovenosa che possono ridurre l’incidenza e la severità di
Nello Studio 2 su GPA/MPA (valutazione della terapia di mantenimento in pazienti adulti), 7 su 57
(12%) pazienti del braccio trattato con rituximab hanno manifestato almeno una IRR. L’incidenza
dei sintomi indicativi di IRR è risultata maggiore durante o dopo la prima infusione (9%), mentre è
diminuita con le infusioni successive (< 4%). Tutti i sintomi di IRR erano di intensità lieve o
moderata e sono stati riportati principalmente sotto le voci “Patologie respiratorie, toraciche e
mediastiniche” e “Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo” della classificazione per sistemi e
Nello studio clinico condotto su pazienti pediatrici affetti da GPA o MPA, le IRR segnalate sono state
prevalentemente osservate con la somministrazione della prima infusione (8 pazienti [32%]) per poi
diminuire nel corso del tempo con il numero delle infusioni di rituximab (20% con la seconda
infusione, 12% con la terza infusione e 8% con la quarta infusione). I sintomi di IRR riportati con
maggiore frequenza durante la fase d’induzione della remissione sono stati: cefalea, eruzione cutanea,
rinorrea e piressia (8% per ogni sintomo). I sintomi di IRR osservati sono risultati simili a quelli noti
nei pazienti adulti affetti da GPA e MPA, in terapia con rituximab. Le IRR sono state, per la maggior
parte, di grado 1 e grado 2, si sono verificate due IRR non gravi di grado 3 e non sono state segnalate
IRR di grado 4 o 5. In un paziente è stata riportata una IRR grave di grado 2 (edema generalizzato
risoltosi con il trattamento) (vedere paragrafo 4.4).
Nello Studio 1 su GPA/MPA, il tasso complessivo di infezioni è stato di circa 237 per 100
paziente/anno (95 % IC 197-285) per il criterio di valutazione (end-point) primario a 6 mesi. Le
infezioni erano prevalentemente da lievi a moderate e consistevano principalmente in infezioni delle
vie respiratorie superiori, herpes zoster ed infezioni del tratto urinario. Il tasso di infezioni serie era di
circa 25 per 100 paziente/anno.
L’infezione grave più frequentemente segnalata nel gruppo rituximab è stata l’infezione polmonare
frequenza del 4 %.
Nello Studio 2 su GPA/MPA, 30 pazienti su 57 (53%) del braccio trattato con rituximab hanno
manifestato infezioni. L’incidenza di infezioni di qualsiasi grado è risultata simile tra i bracci in
trattamento. Le infezioni erano prevalentemente lievi e moderate e quelle più frequentemente
segnalate nel braccio trattato con rituximab includevano infezioni delle vie respiratorie superiori,
gastroenterite, herpes zoster e infezioni del tratto urinario. L’incidenza di infezioni gravi è risultata
simile in entrambi i gruppi di trattamento (circa 12%). L’infezione grave più frequentemente
segnalata nel gruppo rituximab è stata la bronchite di intensità lieve o moderata.
Nello studio clinico condotto su pazienti pediatrici affetti da GPA e MPA in fase attiva e di grado
severo, le infezioni segnalate sono state per il 91% non gravi e per il 90% da lievi a moderate.
Le infezioni più frequentemente riportate per l’intero periodo dello studio sono state: infezioni delle
vie respiratorie superiori (URTI; 48%), influenza (24%), congiuntivite (20%), nasofaringite (20%),
infezioni delle basse vie aeree (16%), sinusite (16%), infezione delle vie respiratorie superiori (URTI)
virali (16%), infezione auricolare (12%), gastroenterite (12%), faringite (12%) e infezione del tratto
urinario (12%). In 7 pazienti (28%) sono state segnalate infezioni gravi che includevano quali eventi
avversi osservati con maggiore frequenza: influenza (2 pazienti [8%]) e infezione delle basse vie aeree
(2 pazienti [8%]).
Nella fase post-marketing, infezioni virali gravi sono state riportate in pazienti affetti da GPA e MPA
trattati con rituximab.
Nello Studio 1 su GPA/MPA, negli studi clinici riferiti alla
GPA e MPA, nei pazienti trattati con
rituximab, l’incidenza di neoplasie era di 2,00 per 100 paziente/anno alla data di chiusura comune
dello studio (quando l’ultimo paziente aveva completato il periodo di osservazione (follow-up). Sulla
base del rapporto standardizzato di incidenza, l’incidenza di neoplasie sembra essere simile a quanto
precedentemente riportato nei pazienti con vasculite ANCA associata.
Nello studio clinico condotto su pazienti pediatrici non sono state segnalate neoplasie maligne con un
periodo di osservazione (follow-up) fino a 54 mesi.
Reazioni avverse cardiovascolari
Nello Studio 1 su GPA/MPA, si sono verificati eventi cardiaci con un tasso di circa 273 per 100
paziente/anno (95 % IC 149-470)
per il criterio di valutazione (endpoint) primario a 6 mesi. Il tasso di
eventi cardiaci seri era di 2,2 per 100 paziente/anno (95 % IC 3-15). L’evento avverso segnalato più
frequentemente è stata la tachicardia (4 %) e la fibrillazione atriale (3 %) (vedere paragrafo 4.4).
Nell’ambito delle patologie autoimmuni, sono stati segnalati casi di sindrome da encefalopatia
posteriore reversibile (PRES)-sindrome della leucoencefalopatia posteriore reversibile (RPLS). Segni
e sintomi includevano disturbo visivo, cefalea, crisi convulsive e alterazione dello stato mentale, con o
senza ipertensione associata. Una
diagnosi di PRES/RPLS richiede la conferma attraverso imaging
cerebrale. I casi descritti presentavano fattori di rischio noti per PRES/RPLS, tra cui la malattia
preesistente dei pazienti, ipertensione, terapia immunosoppressiva e/o chemioterapia.
Riattivazione dell’epatite B
In pazienti affetti da granulomatosi con poliangioite e poliangioite microscopica, in trattamento con
rituximab, nella fase successiva all’immissione in commercio è stato segnalato un piccolo numero di
casi di riattivazione di epatite B, alcuni ad esito fatale, .
In pazienti adulti e pediatrici affetti da GPA e MPA, in trattamento con
rituximab, è stata osservata
ipogammaglobulinemia (IgA, IgG o IgM al di sotto del limite inferiore di normalità).
Nello Studio 1 su GPA/MPA, a 6 mesi, gruppo rituximab, il 27 %, 58 % e 51 % dei pazienti con livelli
normali di immunoglobuline al basale, avevano bassi livelli di IgA, IgG e IgM, rispettivamente,
al 25 %, 50 % e 46 % del gruppo trattato con ciclofosfamide. Dopo lo sviluppo di bassi livelli
di IgA, IgG o IgM non è stato osservato alcun incremento del tasso di infezioni complessive o di
Nello Studio 2 su GPA/MPA, non sono state osservate differenze clinicamente significative tra i due
bracci di trattamento, né riduzioni dei livelli totali di immunoglobuline (IgG, IgM o IgA) per l’intera
durata dello stesso.
Durante tutto il periodo dello studio clinico condotto su pazienti pediatrici, 3 su 25 (12%) pazienti
hanno manifestato un evento di ipogammaglobulinemia e 18 pazienti (72%) presentavano un
abbassamento prolungato (definito come concentrazioni di Ig al di sotto del limite inferiore di
normalità per almeno 4 mesi) dei livelli di IgG (di questi, 15 pazienti presentavano anche un
abbassamento prolungato dei livelli di IgM). Tre pazienti sono stati trattati con immunoglobuline per
via endovenosa (Ig e.v.). Sulla base dei dati limitati disponibili non è possibile trarre solide
conclusioni in merito al fatto che l’abbassamento prolungato dei livelli di IgG e IgM abbia comportato
un incremento del rischio di infezioni gravi in questi pazienti. Le conseguenze della deplezione a
lungo termine delle cellule B nei pazienti pediatrici non sono note.
Nello Studio 1 su GPA/MPA, il 24 %
dei pazienti nel gruppo rituximab (singolo ciclo) e il 23 % dei
pazienti nel gruppo ciclofosfamide hanno sviluppato neutropenia di grado 3 o superiore secondo CTC.
La neutropenia non è stata associata ad un osservato incremento di infezioni serie nei pazienti trattati
con rituximab. .
Nello Studio 2 su GPA/MPA, l’incidenza di neutropenia di qualsiasi grado è risultata pari allo 0%
per i pazienti trattati con rituximab rispetto al 5% per i pazienti trattati con azatioprina.
Patologie della cute e del tessuto sottocutaneo
Molto raramente, sono stati osservati episodi di necrolisi epidermica tossica (sindrome di Lyell) e
sindrome di Stevens-Johnson, alcuni con esito fatale.
Esperienza clinica nel pemfigo volgare
Nel pemfigo volgare, il profilo di sicurezza globale di rituximab si basa sui dati ottenuti da pazienti
trattati in 2 studi clinici e dalla sorveglianza successivamente all’immissione in commercio.
Riassunto del profilo di sicurezza nell’ambito dello Studio 1 (ML22196) e dello Studio 2 (WA29330) su
In uno studio clinico di fase III, randomizzato, controllato, multicentrico e in aperto, condotto su
pazienti affetti da pemfigo, di cui 38 con pemfigo volgare (Studio 1 su PV), è stato valutato il
profilo di sicurezza di rituximab in associazione con terapia, a breve termine, di glucocorticoidi a
basso dosaggio, , I pazienti, randomizzati al gruppo rituximab, hanno ricevuto un’infusione
endovenosa iniziale di 1000 mg il giorno 1 e una seconda infusione endovenosa di
1000 mg il giorno 15. La somministrazione per via endovenosa delle dosi di mantenimento da
500 mg è avvenuta al mese 12 e 18. Al momento della ricaduta i pazienti potevano essere trattati con
un’infusione endovenosa di 1000 mg (vedere paragrafo 5.1).
Nello Studio 2 su PV, randomizzato, in doppio cieco, con doppia simulazione, controllato verso
trattamento attivo e multicentrico, che ha valutato l’efficacia e la sicurezza di rituximab rispetto a
micofenolato mofetile (MMF), in pazienti affetti da pemfigo volgare di grado da moderato a severo,
per i quali è stata necessaria la somministrazione di corticosteroidi orali, 67 soggetti con pemfigo
volgare hanno ricevuto il trattamento con rituximab (infusione endovenosa iniziale da 1000 mg il
Giorno 1 dello studio e seconda infusione endovenosa da 1000 mg il Giorno 15 dello studio, ripetute
alle Settimane 24 e 26) per un periodo massimo di 52 settimane (vedere paragrafo 5.1).
In pazienti affetti da pemfigo volgare, il profilo di sicurezza di rituximab è risultato coerente con
quello stabilito per altre indicazioni autoimmuni approvate.
Elenco delle reazioni avverse sotto forma di tabella per lo Studio 1 e lo Studio 2 su PV o durante la
sorveglianza successivamente all’immissione in commercio
Le reazioni avverse emerse nello Studio 1 e nello Studio 2 su PV con una categoria di frequenza di
“comune” o “molto comune” sono riportate nella tabella 7. Nello Studio 1 su PV, le reazioni
avverse sono state definite come eventi avversi che si sono verificati con un tasso ≥5% nei
pazienti affetti da pemfigo volgare trattati con rituximab, con una differenza assoluta
≥2% in termini di incidenza tra il gruppo trattato con rituximab e il gruppo trattato con prednisone a
dose standard fino al mese 24. Nello Studio 1 nessun paziente ha dovuto interrompere la terapia a causa
di una ADR. Nello Studio 2 su PV, le ADR sono state definite come eventi avversi che si sono
manifestati in ≥ 5% dei pazienti del braccio rituximab e che sono stati valutati come correlati al
Tabella 7 Reazioni avverse manifestatesi nei pazienti affetti da pemfigo volgare trattati con
rituximab, nell’ambito dello Studio 1 (fino al Mese 24) e dello Studio 2 (fino alla
Settimana 52) su PV, o durante la sorveglianza successiva all’immissione in
Classificazione per sistemi
e organi secondo MedDRA Molto comune Comune Non nota
Infezioni ed infestazioni Infezione delle vie
Infezioni da Herpes
Infezioni del tratto
Infezioni virali gravi1,2
Tumori benigni, maligni e
non specificati (incl cisti e
Papilloma della cute
Disturbi psichiatrici Disturbo depressivo
Patologie del sistema
Patologie cardiache Tachicardia
Patologie gastrointestinali Dolore addominale
Patologie della cute e del
Patologie della cute
Patologie del sistema
tessuto connettivo e delle
Patologie generali e
condizioni relative alla
sede di somministrazione
Reazioni correlate a
1Osservate durante la sorveglianza successiva all’immissione in commercio.
2Vedere anche la sezione infezioni sotto.
Per lo Studio 1 su PV le IRR hanno incluso i sintomi raccolti in occasione della visita successiva
prevista dopo ogni infusione e gli reazioni avversi verificatisi il giorno dell’infusione o un giorno dopo
la stessa. Per lo Studio 1 su PV i sintomi/termini preferiti associati alle IRR più frequentemente riportati
sono stati cefalea, brividi, ipertensione, nausea, astenia e dolore.
Per lo Studio 2 su PV i sintomi/termini preferiti associati alle IRR più frequentemente riportati sono
stati dispnea, eritema, iperidrosi, rossore/vampate di calore, ipotensione/bassa pressione arteriosa e
Descrizione di una selezione di reazioni avverse
Reazioni correlate a infusione
Nello Studio 1 su PV, le reazioni correlate all’infusione (IRR) sono state comuni (58%) e quasi tutte
di intensità da lieve a moderata. La percentuale di pazienti che ha manifestato una IRR è stata pari al
29% (11 pazienti), 40% (15 pazienti), 13% (5 pazienti) e 10% (4 pazienti) a seguito, rispettivamente,
della prima, seconda, terza e quarta infusione. Nessun paziente ha dovuto interrompere la terapia a
causa di una IRR. La tipologia e la gravità dei sintomi di IRR sono risultate simili a quelle osservate
nei pazienti affetti da artrite reumatoide e granulomatosi con poliangioite/poliangioite microscopica.
Nello Studio 2 su PV, le IRR si sono manifestate prevalentemente in occasione della prima infusione e
la loro frequenza è diminuita con le infusioni successive: il 17,9%, il 4,5%, il 3% e il 3% dei pazienti
ha manifestato IRR in occasione, rispettivamente, della prima, seconda, terza e quarta infusione. In 11
su 15 pazienti che hanno sviluppato almeno una IRR, le reazioni correlate a infusione sono risultate di
grado 1 o 2. In 4 su 15 pazienti sono state segnalate IRR di grado ≥3 che hanno comportato
l’interruzione della terapia con rituximab; 3 su 4 pazienti hanno manifestato IRR gravi
(potenzialmente letali). Le IRR gravi si sono verificate in occasione della prima (2 pazienti) o della
seconda (1 paziente) infusione e si sono risolte con la somministrazione di un trattamento sintomatico.
Nella fase post-marketing, infezioni virali gravi sono state riportate in pazienti affetti da pemfigo
volgare trattati con rituximab.
Nello Studio 1 su PV,14 pazienti (37%) nel gruppo rituximab hanno manifestato infezioni correlate al
trattamento rispetto a 15 pazienti (42%) nel gruppo prednisone con dose standard. Le infezioni più
frequentemente segnalate nel gruppo rituximab sono state infezioni da Herpes simplex e Herpes zoster,
bronchite, infezioni delle vie urinarie, infezione micotica e congiuntivite. Tre pazienti (8%) nel gruppo
rituximab hanno manifestato, in totale, 5 infezioni gravi (polmonite da Pneumocystis jirovecii,
trombosi infettiva, discite intervertebrale, infezione ai polmoni, sepsi stafilococcica) e un paziente
(3%) nel gruppo prednisone a dose standard, ha sviluppato un’infezione grave (polmonite da
Nello Studio 2 su PV, 42 pazienti (62,7%) nel braccio rituximab hanno manifestato infezioni. Le
infezioni più frequentemente segnalate nel gruppo rituximab sono state infezioni delle vie respiratorie
superiori, nasofaringite, candidiasi orale e infezioni delle vie urinarie. Sei pazienti (9%) nel braccio
rituximab hanno sviluppato infezioni gravi.
Anomalie di laboratorio
Nello Studio 2 su PV, nel braccio rituximab, dopo l’infusione, sono state più frequentemente osservate
riduzioni transitorie della conta linfocitaria, determinate dalla diminuzione delle popolazioni di cellule
T periferiche, e una riduzione transitoria dei livelli di fosforo . Tali eventi sono stati ritenuti indotti
dall’infusione endovenosa di metilprednisolone somministrata come premedicazione.
Sebbene nello Studio 2 su PV sia stata comunemente osservata una riduzione dei livelli di IgG e molto
comunemente una riduzione dei livelli di IgM, dopo lo sviluppo di bassi livelli di IgG o IgM non è
stata riscontrata alcuna evidenza di aumento del rischio di infezioni gravi.
Segnalazione delle reazioni avverse sospette
La segnalazione delle reazioni avverse sospette che si verificano dopo l’autorizzazione del medicinale
è importante, in quanto permette un monitoraggio continuo del rapporto beneficio/rischio del
medicinale. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta tramite il
sistema nazionale di segnalazione riportato nell’allegato V.
Dagli studi clinici condotti sull’uomo è disponibile una limitata esperienza con dosi superiori a quella
approvata per la formulazione endovenosa di rituximab. La più alta dose di rituximab per via
endovenosa testata finora sull’uomo è 5.000 mg (2250 mg/m2), sperimentata in uno studio con
aumento scalare della dose, in pazienti affetti da leucemia linfatica cronica. Non sono stati identificati
ulteriori segnali di sicurezza.
I pazienti che manifestano sovradosaggio devono interrompere immediatamente l’infusione ed essere
Successivamente alla immissione in commercio, sono stati riportati cinque casi di sovradosaggio di
rituximab. Tre di questi casi non hanno riportato eventi avversi. I due eventi avversi che sono stati
riportati erano sintomi simil-influenzali con una dose di 1,8 g di rituximab e insufficienza respiratoria
ad esito fatale con una dose da 2 g di rituximab.
5. Proprietà farmacologiche
5.1 Proprietà farmacodinamiche
Categoria farmacoterapeutica: agenti antineoplastici, anticorpi monoclonali, e coniugati di farmaci
anticorpali, codice ATC: L01FA01
Blitzima è un medicinale biosimilare. Informazioni più dettagliate sono disponibili sul sito web della
Agenzia europea dei medicinali: http://www.ema.europa.eu.
Rituximab si lega in modo specifico all'antigene transmembranico CD20, una fosfoproteina non
glicosilata, che si trova sui linfociti pre-B e sui linfociti B maturi. L'antigene viene espresso su più del
95 % di tutti i linfomi non-Hodgkin a cellule B (NHLs).
Il CD20 si ritrova nelle cellule B normali e neoplastiche, ma non sulle cellule staminali emopoietiche,
sulle cellule pro-B, sulle plasmacellule normali o su altri tessuti normali. L'antigene non viene
internalizzato dopo legame anticorpale e non viene diffuso dalla superficie cellulare. Il CD20 non
circola nel sangue come antigene libero e quindi non compete con il legame degli anticorpi.
Il dominio Fab di rituximab si lega all'antigene CD20 sui linfociti B e il dominio Fc può attivare le
funzioni effettrici del sistema immunitario con lo scopo di mediare la lisi delle cellule B. I meccanismi
possibili della lisi cellulare mediata dall’effettore comprendono la citotossicità complemento-
dipendente (CDC) attraverso il legame con il C1q e la citotossicità cellulare anticorpo- dipendente
(ADCC) mediata da uno o più recettori Fcγ sulla superficie di granulociti, macrofagi e cellule NK. E’
stato anche dimostrato che, sui linfociti B, il legame di rituximab con l’antigene CD20 induce la morte
cellulare per apoptosi.
Successivamente alla somministrazione della prima dose di rituximab, la conta delle cellule B
periferiche è dimunita al di sotto dei valori normali. Nei pazienti trattati per malignità ematologiche, il
recupero delle cellule B è iniziato entro 6 mesi dal trattamento e generalmente ritorna ai livelli di
normalità entro 12 mesi dopo il completamento della terapia, sebbene in alcuni pazienti il recupero
può essere più lungo (con una mediana di recupero di 23 mesi dopo la terapia di induzione). Nei
pazienti con artrite reumatoide, nel sangue periferico, la deplezione immediata delle cellule B è stata
osservata in seguito a due infusioni da 1.000 mg ciascuna di rituximab, separate da un intervallo di 14-
giorni. La conta periferica delle cellule B inizia ad aumentare dalla settimana 24 e segnali di recupero
si osservano nella maggior parte dei pazienti dalla settimana 40, sia quando rituximab è somministrato
in monoterapia, che quando è somministrato in associazione con metotrexato. Una piccola percentuale
di pazienti ha manifestato una deplezione prolungata delle cellule B periferiche per 2 anni o più, dopo
l’ultima dose di rituximab. Nei pazienti con GPA o MPA, il numero delle cellule B del sangue
periferico è ridotto a < 10 cellule/µl, dopo due
infusioni settimanali di rituximab 375 mg/m2, ed è
rimasto a questo livello nella maggior parte dei pazienti fino al momento della rilevazione (time point)
di 6 mesi. La maggior parte dei pazienti (81 %) ha mostrato segni di ricostituzione delle cellule B con
conta > 10 cellule/µl entro 12 mesi, fino all’87 % dei pazienti, entro il mese 18.
Efficacia e sicurezza clinica
Efficacia e sicurezza clinica nel linfoma non-Hodgkin e nella leucemia linfocitica cronica
Trattamento iniziale, settimanale per 4 dosi
Nello studio principale, 166 pazienti con NHL recidivante o a basso grado di chemioresistenza o a
cellule B follicolari, hanno ricevuto 375 mg/m2 di rituximab in infusione endovenosa, una volta alla
settimana per quattro settimane. Il tasso di risposta complessivo (ORR) nella popolazione valutata
secondo l’intenzione a trattare (intent to treat analysis (ITT) è stata del 48 % (IC95 % 41 % - 56 %), con
un 6 % di risposte complete (CR) e un 42 % di risposte parziali (PR). Per i pazienti che hanno risposto,
la proiezione della mediana del tempo alla progressione (TTP), è stata di 13,0 mesi. In un’analisi per
sottogruppi, l’ORR è stata più elevata in pazienti con sottotipi istologici IWF B, C e D, rispetto a
quelli con sottotipo istologico IWF A (58 % contro 12 %), in pazienti la cui lesione maggiore
era < 5 cm rispetto a quelli con diametro > 7 cm (53 % contro 38 %) e più alta in pazienti con recidiva
chemiosensibile rispetto a quelli con recidiva chemioresistente (definita come durata della risposta < 3
mesi) (50 % contro 22 %). Nei pazienti precedentemente trattati con trapianto di midollo osseo
autologo (ABMT), l’ORR è stata del 78 % contro il 43 % dei pazienti non precedentemente trattati con
ABMT. Età, sesso, grado di linfoma, diagnosi iniziale, presenza o assenza di malattia bulky, LDH
normale o elevata, presenza di malattia extranodale, non hanno avuto un effetto statisticamente
significativo (test esatto di Fisher) sulla risposta a rituximab. Una correlazione statisticamente
significativa è stata identificata tra il tasso di risposta e il coinvolgimento del midollo osseo. Il 40 %
dei pazienti con coinvolgimento del midollo osseo ha risposto contro il 59 % dei pazienti senza
coinvolgimento del midollo osseo
(p = 0,0186). Questo risultato non è stato supportato dall’analisi
secondo regressione logistica graduale (stepwise logistic regression) nella quale i seguenti fattori sono
stati identificati come fattori prognostici: tipo istologico, positività bcl-2 al basale, resistenza all’ultima
chemioterapia e malattia bulky.
Trattamento iniziale, settimanale per 8 dosi
In uno studio multicentrico, a un singolo braccio di trattamento, 37 pazienti con NHL recidivante o
chemioresistente, a basso grado o a cellule follicolari B, hanno ricevuto rituximab 375 mg/m2 in
infusione endovenosa settimanale per otto dosi. L’ORR è stata del 57 % (Intervallo di confidenza (IC)
al 95 %: 41 % – 73 %; CR 14 %, PR 43 %, con una proiezione della mediana del TTP per i pazienti
responsivi di 19,4 mesi (intervallo da 5,3 a 38,9 mesi).
Trattamento iniziale, malattia bulky, settimanale per 4 dosi
In una aggregazione (pool) di dati di 3 studi, 39 pazienti con NHL recidivante o chemioresistente,
malattia bulky (singola lesione ≥ 10 cm di diametro), a basso grado o a cellule B follicolari, hanno
ricevuto rituximab 375 mg/m2 in infusione endovenosa settimanale per quattro dosi. L’ORR è stata del
36 % (IC95 % 21 % – 51 %; CR 3 %, PR 33 %), con una mediana di TTP per i pazienti responsivi di 9,6
mesi (intervallo 4,5-26,8 mesi).
Ritrattamento, settimanale per 4 dosi
In uno studio multicentrico, con un singolo braccio di trattamento, 58 pazienti con NHL recidivante o
chemioresistente a basso grado o a cellule B follicolari, che avevano ottenuto una risposta clinica
obiettiva ad un precedente ciclo di trattamento con rituximab, sono stati ritrattati con 375 mg/m2 di
rituximab, in infusione endovenosa settimanale per quattro dosi. Tre di questi pazienti avevano
ricevuto due cicli di rituximab prima di essere arruolati e, così, hanno ricevuto un terzo ciclo nello
studio. Due pazienti sono stati ritrattati due volte nello studio. Per i 60 ritrattamenti dello studio, la
ORR è stata del 38 % (IC95 % 26 % – 51 %; 10 % CR, 28 % PR), con una proiezione della mediana del
TTP per i pazienti responsivi di 17,8 mesi (intervallo 5,4-26,6). Questo dato si presenta migliore
rispetto al TTP ottenuto dopo il primo ciclo di rituximab (12,4 mesi).
Trattamento iniziale, in combinazione con chemioterapia
In uno studio clinico in aperto, randomizzato, un totale di 322 pazienti con linfoma follicolare,
precedentemente non trattati, sono stati randomizzati a ricevere o chemioterapia CVP (ciclofosfamide
750 mg/m2, vincristina 1,4 mg/m2 fino a un massimo di 2 mg il Giorno 1, e prednisolone 40 mg/m2/die
nei giorni 1-5), ogni 3 settimane per 8 cicli o rituximab 375 mg/m2 in associazione con CVP (R-CVP).
Rituximab è stato somministrato il primo giorno di ogni ciclo di trattamento. Un totale di 321 pazienti
(162 R-CVP, 159 CVP) hanno ricevuto la terapia e sono stati analizzati per l’efficacia. La mediana del
periodo di osservazione (follow-up) dei pazienti era di 53 mesi. R-CVP ha portato a un beneficio
significativo rispetto a CVP per l’obiettivo primario (endpoint primario), cioè il tempo per
l’insuccesso del trattamento (27 mesi rispetto a 6,6 mesi, p < 0,0001, test dei ranghi logaritimici -log-
rank test-). La percentuale di pazienti con risposta tumorale (RC, RCu, RP) è stata significativamente
più elevata (p < 0,0001, test del chi-quadrato) nel gruppo R-CVP (80,9 %) rispetto al gruppo CVP
(57,2 %). Il trattamento con R-CVP ha prolungato significativamente il tempo alla progressione della
malattia o alla morte, se confrontato a CVP, rispettivamente, 33,6 mesi e 14,7 mesi, (p< 0,0001, test
dei ranghi logaritmici -log-rank test-). La mediana di durata della risposta è stata di 37,7 mesi nel
gruppo R-CVP e di 13,5 mesi nel gruppo CVP (p < 0,0001, test dei ranghi logaritmici -log-rank test-).
Con riferimento alla sopravvivenza globale, la diversità tra i gruppi di trattamento ha evidenziato una
differenza clinica significativa (p = 0,029, test dei ranghi logaritmici -log rank test- stratificato per
centro): la percentuale di sopravvivenza a 53 mesi è stata 80,9 % per i pazienti nel gruppo R-CVP, in
confronto a 71,1 % per i pazienti nel gruppo CVP.
Anche i risultati di altri tre studi randomizzati con impiego di rituximab in associazione con regimi di
chemioterapia diversi da CVP (CHOP, MCP, CHVP/Interferone-α), hanno dimostrato miglioramenti
significativi in termini di percentuali di risposta, parametri tempo-dipendenti e sopravvivenza
complessiva. I risultati più importanti di tutti e quattro gli studi sono riassunti nella tabella 8.
Tabella 8 Descrizione dei risultati più importanti dei quattro studi randomizzati di fase III
che, nel linfoma follicolare hanno valutato il beneficio di rituximab con diversi
regimi di chemioterapia
M39021 CVP, 159
R-CVP, 162 53 57
p = 0,029
GLSG’00 CHOP, 205
R-CHOP, 223 18 90
Mediana TTF: 2,6
p < 0,001
p = 0,016
OSHO-39 MCP, 96
R-MCP, 105 47 75
Mediana PFS: 28,8
p < 0,0001
p = 0,0096
Mediana EFS: 36
p < 0,0001
p = 0,029
EFS – Sopravvivenza libera da eventi
TTP – Tempo alla progressione o alla morte
PFS – Sopravvivenza libera da progressione
TTF – Tempo per l’insuccesso del trattamento
OS percentuali – percentuali di sopravvivenza al tempo dell’analisi
Terapia di mantenimento
Linfoma follicolare non precedentemente trattato
In uno studio prospettico di fase III, in aperto, internazionale, multicentrico, 1.193 pazienti con
linfoma follicolare avanzato non precedentemente trattato, hanno ricevuto terapia di induzione con
R-CHOP (n = 881), R-CVP (n = 268) o R-FCM (n = 44), in base alla scelta dello sperimentatore. Un
totale di 1.078 pazienti hanno risposto alla terapia di induzione, dei quali 1.018 sono stati randomizzati
alla terapia di mantenimento con rituximab (n = 505) o del gruppo di controllo (n = 513). I due gruppi
di trattamento erano ben bilanciati riguardo le caratteristiche al basale e allo stato di malattia. Il
trattamento di mantenimento con rituximab è stato costituito da una singola infusione di rituximab,
somministrato alla dose di 375 mg/m2 di superficie corporea, ogni 2 mesi, fino a progressione della
malattia o per un periodo massimo di 2 anni.
L’analisi primaria prespecifica è stata condotta a un tempo mediano di osservazione di 25 mesi dalla
randomizzazione; In pazienti con linfoma follicolare non precedentemente trattati, la terapia di
mantenimento con rituximab ha prodotto un miglioramento clinicamente rilevante e statisticamente
significativo dell’obiettivo primario (endpoint primario) della sopravvivenza libera da progressione
(PFS) valutata dallo sperimentatore, se confrontata con il gruppo di controllo (tabella 9).
Nell’analisi primaria, un beneficio significativo dato dal trattamento di mantenimento con rituximab è
stato osservato anche per gli obiettivi secondari (endpoint secondari) di sopravvivenza libera da eventi
(EFS), tempo al successivo trattamento anti-linfoma (TNLT), tempo alla successiva chemioterapia
(TNCT) e il tasso di di risposta complessiva (ORR)(tabella 9).
I dati ottenuti dall’osservazione (follow-up) estesa di pazienti nello studio (osservazione -follow-up-
mediana di 9 anni) hanno confermato il beneficio a lungo termine della terapia di mantenimento di
rituximab in termini di PFS, EFS, TNLT e TNCT (tabella 9).
Tabella 9 Descrizione dei risultati di efficacia di mantenimento con Rituximab vs. gruppo di
controllo, all’analisi primaria definita dal protocollo e dopo 9 anni di
osservazione (follow-up) mediano (analisi finale)
(FU mediano: 25 mesi)
Analisi finale (FU
mediano: 9 anni)
Efficacia primaria NR NR 4,06 anni 10,49 anni
Sopravvivenza libera da
progressione (mediana) test dei ranghi logaritmici (log-
Rapporto di rischio relativo
0,50 (0,39; 0,64) 0.61 (0,52; 0,73)
riduzione di rischio 50% 39%
NR NR Sopravvivenza globale
test dei ranghi logaritmici (log-
rapporto di rischio (hazard ratio)
0,89 (0,45; 1,74) 1.04 (0,77; 1,40)
riduzione del rischio 11% -6%
Sopravvivenza libera da eventi 38 mesi NR 4.04 anni 9.25 anni
(mediana) Test dei ranghi logaritmici (log-
Rapporto di rischio (hazard
0,54 (0,43; 0,69) 0,64 (0,54; 0,76)
riduzione del rischio 46% 36%
TNLT (mediana) NR NR 6,11 anni NR
Test dei ranghi logaritmici (log-
Rapporto di rischio (hazard
0,61 (0,46; 0,80) 0,66 (0,55; 0,78)
riduzione del rischio 39% 34%
TNCT (mediana) NR NR 9.32 anni NR
test dei ranghi logaritmici (log-
Rapporto di rischio (95% IC) 0,60 (0,44; 0,82) 0,71 (0,59; 0,86)
riduzione di rischio 40% 39%
Percentuale della risposta
55% 74% 61% 79%
Test del chi-quadrato valore di p <0,0001 <0,0001
Rischio relativo (odds ratio)
2,33 (1,73; 3,15) 2,43 (1,84; 3,22)
Risposta completa (CR/CRu) 48% 67% 53% 72%
percentuale * Test del chi-quadrato valore di p <0,0001 <0,0001
Rischio relativo (odds ratio)
2,21 (1,65; 2,94) 2,34 (1,80; 3,03)
*al termine del mantenimento/osservazione; risultati dell’analisi finale basati sulla mediana del periodo di osservazione
(follow-up) di 73 mesi.
FU: follow-up; NR: non raggiungibile al tempo del cut-off clinico; TNCT: tempo al successivo trattamento
chemioterapico; TNLT: tempo al successivo trattamento anti-linfoma.
La terapia di mantenimento con rituximab ha fornito un consistente beneficio in tutti i sottogruppi
predefiniti testati: sesso (maschi, femmine), età (< 60 anni, >= 60 anni), punteggio FLIPI (≤1, 2 o ≥3),
terapia di induzione (R-CHOP, R-CVP o R-FCM) e indipendentemente dalla qualità della risposta alla
terapia di induzione (CR, CRu o PR). Analisi esplorative sul beneficio del trattamento di
mantenimento hanno mostrato un effetto meno pronunciato nei pazienti anziani (> 70 anni di età),
tuttavia le dimensioni del campione erano ridotte.
Linfoma follicolare recidivante/refrattario
In uno studio prospettico, di fase III, in aperto, internazionale, multicentrico, , 465 pazienti con
linfoma follicolare recidivante/refrattario, in una prima fase sono stati randomizzati alla terapia di
induzione con CHOP (ciclofosfamide, doxorubicina, vincristina e prednisolone; n = 231) o rituximab
più CHOP (R-CHOP, n = 234). I due gruppi di trattamento sono stati ben bilanciati riguardo le
caratteristiche al basale e lo status della malattia. Un totale di 334 pazienti che, dopo la terapia di
induzione, hanno ottenuto una remissione completa o parziale, sono stati randomizzati, in una seconda
fase, a terapia di mantenimento con rituximab (n = 167) o in osservazione (n = 167). Il trattamento di
mantenimento con rituximab era costituito da una singola infusione di rituximab a 375 mg/m2 di
superficie corporea, somministrata ogni 3 mesi, fino alla progressione di malattia o per un periodo
massimo di due anni.
L’analisi finale di efficacia ha incluso tutti i pazienti randomizzati in entrambe le parti dello studio.
Dopo una mediana del tempo di osservazione di 31 mesi per i pazienti randomizzati nella fase di
induzione, R-CHOP ha migliorato significativamente la prognosi di pazienti con linfoma follicolare
recidivante/refrattario, se confrontato con CHOP (vedere tabella 10).
Tabella 10 Fase di induzione: descrizione dei risultati di efficacia di CHOP confrontato con
R-CHOP (mediana del tempo di osservazione pari a 31 mesi)
CHOP R-CHOP valore p Riduzione del rischio1)
ORR2) 74 % 87 % 0,0003 NA
CR2) 16 % 29 % 0,0005 NA
PR2) 58 % 58 % 0,9449 NA
1) La stima è stata calcolata con il rapporto di rischio.
2) Ultima risposta tumorale come valutata dallo sperimentatore. Il test statistico “primario” per “risposta” è stato
il trend test di CR, rispetto a PR, rispetto a non-risposta (p < 0,0001).
Abbreviazioni: NA, non disponibile; ORR: tasso di risposta complessivo; CR: risposta completa; PR: risposta
Per i pazienti randomizzati alla fase di mantenimento dello studio, la mediana del tempo di
osservazione è stata di 28 mesi dalla randomizzazione per il mantenimento. Il trattamento di
mantenimento con rituximab ha portato ad un miglioramento clinico rilevante e statisticamente
significativo per quanto riguarda l’obiettivo primario (endpoint primario), il PFS (tempo dalla
randomizzazione per il mantenimento fino alla recidiva, progressione di malattia o morte), quando
confrontato con la sola osservazione (p < 0,0001 test dei ranghi logaritmici -log-rank test-). La
mediana di PFS è stata di 42,2 mesi nel braccio mantenimento con rituximab, rispetto a 14,3 mesi nel
braccio in osservazione. Usando l’analisi della regressione di Cox, con il trattamento di mantenimento
con rituximab, il rischio di andare incontro a progressione di malattia o morte è stato ridotto del 61 %,
rispetto alla sola osservazione (IC al 95 %: 45 % - 72 %). La stima di Kaplan-Meier della percentuale
di pazienti liberi da progressione a 12 mesi è stata del 78 % nel gruppo di mantenimento con rituximab,
rispetto al 57 % nel gruppo in osservazione. Un’analisi della sopravvivenza complessiva ha
confermato il beneficio significativo del mantenimento con rituximab, rispetto all’osservazione
(p = 0,0039 test dei ranghi logaritmici -log-rank test-). Il trattamento di mantenimento con rituximab
ha ridotto il rischio di morte del 56 % (IC al 95 %: 22 % - 75 %).
Tabella 11 Fase di mantenimento: descrizione dei risultati di efficacia di rituximab rispetto a
quelli in osservazione (mediana del tempo di osservazione pari a 28 mesi)
Parametro di efficacia Stima di Kaplan-Meier della mediana del tempo
(N = 167)
(N = 167)
Test dei ranghi
Sopravvivenza libera da
14,3 42,2 < 0,0001 61 %
NR NR 0,0039 56 %
Tempo al successivo
20,1 38,8 < 0,0001 50 %
Sopravvivenza libera da
16,5 53,7 0,0003 67 %
Analisi dei sottogruppi
CHOP 11,6 37,5 < 0,0001 71 %
R-CHOP 22,1 51,9 0,0071 46 %
CR 14,3 52,8 0,0008 64 %
PR 14,3 37,8 < 0,0001 54 %
CHOP NR NR 0,0348 55 %
R-CHOP NR NR 0,0482 56 %
NR: non raggiunto; a: applicabile solo a pazienti che ottengono una CR
Il beneficio del trattamento di mantenimento con rituximab è stato confermato in tutti i sottogruppi
analizzati, indipendentemente dal regime di induzione (CHOP o R-CHOP) o dalla qualità della
risposta al trattamento di induzione (CR o PR) (tabella 11). Il trattamento di mantenimento con
rituximab ha prolungato significativamente la mediana di PFS nei pazienti che hanno risposto alla
terapia di induzione CHOP (mediana di PFS pari a 37,5 mesi, rispetto a 11,6 mesi, p< 0,0001), come
in quelli che hanno risposto alla terapia di induzione con R-CHOP (mediana di PFS pari a 51,9 mesi,
rispetto a 22,1 mesi, p = 0,0071). Sebbene i sottogruppi fossero piccoli, il trattamento di mantenimento
con rituximab ha determinato un significativo beneficio in termini di sopravvivenza globale in
entrambi i sottogruppi di pazienti, sia quello che ha risposto a CHOP, sia quello che ha risposto a
R-CHOP, sebbene sia stato necessario un più lungo periodo di osservazione (follow-up) per
confermare questa osservazione.
Linfoma non-Hodgkin Diffuso a grandi cellule B, nei pazienti adulti
In uno studio randomizzato, in aperto, un totale di 399 pazienti anziani (età compresa tra 60 e 80 anni)
non trattati in precedenza, con linfoma diffuso a grandi cellule B, ha ricevuto cicli standard di
chemioterapia CHOP (ciclofosfamide 750 mg/m2, doxorubicina 50 mg/m2, vincristina 1,4 mg/m2, fino
ad un massimo di 2 mg somministrati il Giorno 1, e prednisolone 40 mg/m2/die, somministrato nei
giorni 1-5), ogni 3 settimane per otto cicli, o rituximab 375 mg/m2, in associazione con CHOP
Rituximab è stato somministrato il primo giorno del ciclo di trattamento.
L’analisi finale dei dati di efficacia ha incluso tutti i pazienti randomizzati (197 CHOP, 202 R-CHOP)
ed ha mostrato una mediana della durata dell’osservazione (follow-up) di circa 31 mesi. I due gruppi di
trattamento erano ben bilanciati per quanto riguarda le caratteristiche e lo stato della malattia al basale.
L’analisi finale ha confermato che il trattamento con R-CHOP è stato associato ad un miglioramento
clinicamente rilevante e statisticamente significativo relativamente alla durata della sopravvivenza
libera da eventi (il parametro primario di efficacia; mentre gli eventi erano la morte, recidiva o
progressione del linfoma, o il passaggio ad un nuovo trattamento anti-linfoma) (p = 0,0001). La stima
di Kaplan-Meier della mediana della durata della sopravvivenza libera da eventi, è stata di 35 mesi nel
braccio R-CHOP, comparato con i 13 mesi nel braccio CHOP, rappresentando una riduzione del
rischio del 41 %. A 24 mesi, la stima della sopravvivenza complessiva è stata del 68,2 % nel braccio
R-CHOP, comparato con il 57,4 % nel braccio CHOP. Una successiva analisi della durata della
sopravvivenza complessiva, effettuata ad una mediana della durata dell’osservazione (follow-up) di 60
mesi, ha confermato il beneficio del trattamento R-CHOP sul CHOP (p = 0,0071), rappresentando una
riduzione del rischio del 32 %.
L’analisi di tutti i parametri secondari (tasso di risposta, sopravvivenza libera da progressione,
sopravvivenza libera da malattia, durata della risposta) ha verificato l’efficacia del trattamento
R-CHOP confrontato con CHOP. La tasso di risposta complete dopo 8 cicli è stata del 76,2 % nel
gruppo R-CHOP e del 62,4 % nel gruppo CHOP (p = 0,0028). Il rischio di progressione della malattia
si è ridotto del 46 % e il rischio di recidiva del 51 %.
In tutti i sottogruppi di pazienti (sesso, età, IPI aggiustato per età, stadio di Ann Arbor, ECOG, β2-
microglobulina, LDH, albumina, sintomi B, malattia bulky, siti extranodali, coinvolgimento del
midollo osseo), i rapporti di rischio per la sopravvivenza libera da eventi e per sopravvivenza
complessiva (R- CHOP confrontato con CHOP), sono stati, rispettivamente, meno di 0,83 e 0,95.
R-CHOP è stato associato ad un miglioramento della prognosi sia in pazienti ad alto che a basso
rischio, secondo l’IPI aggiustato per età.
Dati di laboratorio clinico
Non sono state osservate risposte da parte dei 67 pazienti sottoposti all'esame per la ricerca degli
anticorpi umani antimurini (HAMA). Dei 356 pazienti sottoposti all'esame per la ricerca degli
anticorpi farmaco specifici (ADA), l’1,1% (4 pazienti) è risultato positivo.
Leucemia linfocitica cronica
In due studi, in aperto randomizzati, un totale di 817 pazienti con LLC non trattati in precedenza e
552 pazienti con LLC recidivante/refrattaria, sono stati randomizzati a ricevere chemioterapia FC
(fludarabina 25 mg/m2, ciclofosfamide 250 mg/m2, nei giorni 1-3), ogni 4 settimane per 6 cicli, o
rituximab in associazione con FC (R-FC). Rituximab è stato somministrato al dosaggio di 375 mg/m2
durante il primo ciclo, un giorno prima della chemioterapia, e al dosaggio di 500 mg/m2 il giorno 1 di
ogni ciclo di trattamento successivo. I pazienti sono stati esclusi dallo studio sulla LLC
recidivante/refrattaria se erano stati precedentemente trattati con anticorpi monoclonali o se erano
refrattari (definito come insuccesso nel raggiungere una remissione parziale per almeno 6 mesi) alla
fludarabina o a qualsiasi analogo nucleosidico. Un totale di 810 pazienti (403 R-FC, 407 FC) per lo
studio di prima linea (tabella 12a e tabella 12b) e 552 pazienti (276 R-FC, 276 FC) per lo studio sulla
recidiva/refrattarietà (tabella 13), sono stati analizzati per l’efficacia.
Nello studio di prima linea, dopo una mediana del tempo di osservazione di 48,1 mesi, la mediana
della PFS è stata di 55 mesi nel gruppo R-FC e di 33 mesi nel gruppo FC (p < 0,0001, test dei ranghi
logaritmici -log-rank test-). L’analisi della sopravvivenza complessiva ha mostrato un beneficio
significativo del trattamento con R- FC rispetto alla sola chemioterapia con FC (p = 0,0319, test dei
ranghi logaritmici -log-rank test-) (tabella 12a). Nella maggior parte dei sottogruppi dei pazienti
analizzati, il beneficio in termini di PFS è stato osservato in modo coerente, secondo il rischio di
malattia al basale (nello specifico stadi Binet A-C) (tabella 12b).
Tabella 12a Trattamento di prima linea della leucemia linfocitica cronica
Descrizione dei risultati di efficacia di rituximab più FC vs. FC da sola - mediana
del tempo di osservazione pari a 48,1 mesi
Parametro di efficacia Stima di Kaplan-Meier
della mediana del tempo all’evento (mesi)
(N = 409)
(N = 408)
Test dei ranghi
Sopravvivenza libera da
32,8 55,3 < 0,0001 45 %
Sopravvivenza complessiva NR NR 0,0319 27 %
Sopravvivenza libera da eventi 31,3 51,8 < 0,0001 44 %
Tasso di risposta (CR, nPR, o PR)
Percentuale di CR
Durata della risposta* 36,2 57,3 < 0,0001 44 %
Sopravvivenza libera da malattia
48,9 60,3 0,0520 31 %
Tempo al successivo trattamento 47,2 69,7 < 0,0001 42 %
Tasso di risposta e percentuale di CR analizzate secondo il test del chi-quadrato. NR: non raggiunto; n.a.: non applicabile.
*: applicabile solo ai pazienti che ottengono una CR, nPR, PR.
**: applicabile solo ai pazienti che ottengono una CR.
Tabella 12b Trattamento di prima linea della leucemia linfocitica cronica
Rapporto di rischio (hazard ratio) della sopravvivenza libera da progressione
secondo lo stadio Binet (ITT) – mediana del tempo di osservazione pari a 48,1
Sopravvivenza libera da
Numero di pazienti Rapporto di rischio
(IC al 95 %)
(test di Wald,
Stadio Binet A 22 18 0,39 (0,15; 0,98) 0,0442
Stadio Binet B 259 263 0,52 (0,41; 0,66) < 0,0001
Stadio Binet C 126 126 0,68 (0,49; 0,95) 0,0224
IC: Intervallo di confidenza
Nello studio sulla recidiva/refrattarietà, la mediana della sopravvivenza libera da progressione
(obiettivo primario) è stata di 30,6 mesi nel gruppo R-FC e 20,6 mesi nel gruppo FC (p = 0.0002, test
dei ranghi logaritmici -log-rank test-). Il beneficio in termini di PFS è stato osservato in quasi tutti i
sottogruppi di pazienti analizzati secondo il rischio di malattia al basale. Nella sopravvivenza
complessiva, un lieve, ma non significativo, miglioramento è stato osservato nel braccio R-FC, quando
confrontato con il braccio FC.
Tabella 13 Trattamento della leucemia linfocitica cronica recidivante/refrattaria – descrizione
risultati di efficacia di rituximab più FC vs. sola FC (mediana del tempo di
osservazione pari a 25,3 mesi)
Parametri di efficacia Stima di Kaplan-Meier della mediana del
tempo all’evento (mesi)
(N = 276)
(N = 276)
Sopravvivenza libera da
20,6 30,6 0,0002 35 %
Sopravvivenza complessiva 51,9 NR 0,2874 17 %
Sopravvivenza libera da eventi 19,3 28,7 0,0002 36 %
Tasso di risposta (CR, nPR, o PR)
Percentuale di CR
Durata della risposta *
Sopravvivenza libera da malattia
Tempo al successivo trattamento
Tasso di risposta e percentuale di CR analizzati secondo il test del chi-quadrato.
*: applicabile solo ai pazienti che ottengono una CR, nPR, PR; NR = non raggiunto; n.a. = non applicabile.
**: applicabile solo ai pazienti che ottengono una CR.
Anche i risultati di altri studi di supporto con l’impiego di rituximab, in associazione con altri regimi
di chemioterapia (inclusi CHOP, FCM, PC, PCM, bendamustina e cladribina), per il trattamento di
pazienti con LLC non trattati in precedenza e/o recidivi/refrattari, hanno evidenziato alti tassi di
risposta complessiva, con benefici in termini percentuali di PFS, sebbene con una tossicità poco più
alta (soprattutto mielotossicità). Questi studi supportano l’uso di rituximab con ogni chemioterapia.
I dati provenienti da circa 180 pazienti pre-trattati con rituximab hanno dimostrato un beneficio clinico
(incluse CR) e supportano il ritrattamento con rituximab.
È stato condotto uno studio multicentrico, in aperto e randomizzato, sulla chemioterapia per il
Linfoma di Barkitt “Lymphome Malin B” (LMB; corticosteroidi, vincristina, ciclofosfamide,
metotrexato ad alte dosi, citarabina, doxorubicina, etoposide e tripletta
[metotrexato/citarabina/corticosteroide] chemioterapica, per via intratecale), in monoterapia o in
associazione con rituximab, in pazienti pediatrici con DLBCL CD20 positivo/BL/BAL/BLL in stadio
avanzato, non trattato in precedenza. Per stadio avanzato si intende lo stadio III con alti livelli di LDH
(“B-high”) (LDH > due volte il limite superiore istituzionale relativo ai valori normali negli adulti
[> Nx2]) o qualsiasi stadio IV o BAL. I pazienti sono stati randomizzati al trattamento con
chemioterapia LMB o sei infusioni endovenose di rituximab, a una dose di 375 mg/m
2 di BSA, in
associazione con chemioterapia LMB (due durante ciascuno dei due cicli di induzione e una durante
ciascuno dei due cicli di consolidamento), conformemente allo schema LMB. Nelle analisi di efficacia
sono stati in inclusi un totale di 328 pazienti randomizzati, dei quali uno, di età inferiore a 3 anni, ha
ricevuto rituximab in associazione a chemioterapia LMB.
I due bracci di trattamento, LMB (chemioterapia LMB) e R-LMB (chemioterapia LMB con rituximab),
erano ben bilanciati con riferimento alle caratteristiche al basale. I pazienti avevano un’età mediana di
7 e 8 anni, rispettivamente, nel braccio LMB e nel braccio R-LMB. Circa la metà dei pazienti rientrava
nel Gruppo B (50,6% nel braccio LMB e 49,4% nel braccio R-LMB), il 39,6% rientrava nel Gruppo
C1 in entrambi i bracci, mentre il 9,8% e l’11,0% rientravano nel Gruppo C3, rispettivamente, nei
bracci LMB e R-LMB. Sulla base della stadiazione di Murphy, i pazienti erano perlopiù in stadio BL
III (45,7% nel braccio LMB e 43,3% nel braccio R-LMB) o BAL con SNC negativo (21,3% nel
braccio LMB e 24,4% nel braccio R-LMB). Meno della metà dei pazienti (45,1% in entrambi i bracci)
presentava un coinvolgimento del midollo osseo, mentre la maggior parte dei pazienti (72,6% nel
braccio LMB e 73,2% nel braccio R-LMB) non manifestava alcun coinvolgimento dell’SNC.
L’obiettivo primario (endpoint primario) di efficacia era la EFS, dove con evento si intendeva
l’insorgenza di progressione della malattia, recidiva, secondo tumore, decesso per qualsiasi causa o
mancata risposta evidenziata dalla rilevazione di cellule vitali nella malattia residua dopo il secondo
ciclo di CYVE, a seconda dell’evento verificatosi per primo. Gli obiettivi secondari (endpoints
secondari) di efficacia erano la OS e la CR (remissione completa).
All’analisi ad interim predefinita, con circa 1 anno di osservazione (follow-up) mediana è stato
osservato un miglioramento clinicamente rilevante dell’obiettivo primario (endpoint primario) di EFS,
con un tasso a 1 anno stimato del 94,2% (IC al 95%: 88,5%-97,2%) nel braccio R-LMB rispetto
all’81,5% (IC al 95%: 73,0%-87,8%) nel braccio LMB e un HR da modello di Cox corretto pari a 0,33
(IC al 95%: 0,14-0,79). Sulla base di questo risultato, a seguito della raccomandazione dell’IDMC
(comitato indipendente di monitoraggio dei dati), la randomizzazione è stata sospesa e i pazienti del
braccio LMB sono potuti passare al trattamento con rituximab.
Le analisi primarie di efficacia sono state effettuate su 328 pazienti randomizzati con un periodo di
osservazione (follow-up) mediana di 3,1 anni. I risultati sono illustrati nella tabella 14.
Tabella 14 Descrizione dei risultati relativi all’analisi primaria di efficacia (popolazione ITT)
(N = 164)
(N = 164)
EFS 28 eventi 10 eventi
Test dei ranghi logaritmici (Log-rank test) a una coda, valore p 0,0006
HR da modello di Cox corretto 0,32 (IC al 90%: 0,17; 0,58)
Tassi di EFS a 3 anni 82,3%
(IC al 95%: 75,7%; 87,5%)
(IC al 95%: 89,1%; 96,7%)
OS 20 decessi 8 decessi
Test dei ranghi logaritmici (Log-rank test) a una coda, valore p 0,0061
HR da modello di Cox corretto 0,36 (IC al 95%: 0,16; 0,81)
Tassi di OS a 3 anni 87,3%
(IC al 95%: 81,2%; 91,6%)
(IC al 95%: 90,5%; 97,5%)
Tasso di CR 93,6% (IC al 95%: 88,2%; 97,0%) 94,0% (IC al 95%: 88,8%; 97,2%)
Dall’analisi primaria di efficacia è emerso che l’aggiunta di rituximab alla chemioterapia LMB si
associa a un beneficio in termini di EFS, rispetto alla sola chemioterapia LMB, con un HR della EFS
pari a 0,32 (IC al 90%: 0,17-0,58), derivante da un’analisi di regressione di Cox con correzione per
gruppo nazionale, istologia e gruppo terapeutico. Sebbene tra i due gruppi di trattamento non siano
state osservate importanti differenze nel numero di pazienti con CR, il beneficio apportato
dall’aggiunta di rituximab alla chemioterapia LMB è risultato evidente anche nell’obiettivo secondario
(endpoint secondario) di OS, con un HR della OS pari a 0,36 (IC al 95%: 0,16-0,81).
L’Agenzia Europea dei Medicinali ha previsto l’esonero dall’obbligo di presentare i risultati degli
studi con rituximab in tutti i sottogruppi della popolazione pediatrica per linfoma follicolare e
leucemia linfocitica cronica, e nella popolazione pediatrica dalla nascita a < 6 mesi di vita, per il
linfoma diffuso a grandi cellule B CD20 positivo. Vedere paragrafo 4.2 per informazioni sull’uso
Efficacia e sicurezza clinica nell’artrite reumatoide
L’efficacia e la sicurezza di rituximab per alleviare i sintomi e i segni dell’artrite reumatoide in
pazienti con inadeguata risposta agli inibitori del TNF, sono state dimostrate in uno studio principale
randomizzato, controllato, in doppio-cieco, multicentrico (Studio 1).
Lo Studio 1 ha valutato 517 pazienti con inadeguata risposta o intolleranza a uno o più farmaci
inibitori del TNF. I pazienti eleggibili avevano un’artrite reumatoide attiva, diagnosticata in accordo
con i criteri dell’American College of Rheumatology (ACR). Rituximab è stato somministrato in
2 infusioni endovenose separate da un intervallo di 15 giorni. I pazienti hanno ricevuto 2 x 1.000 mg
infusioni endovenose di rituximab o placebo in associazione con MTX. In concomitanza, tutti i
pazienti hanno ricevuto 60 mg di prednisolone per via orale nei giorni 2-7 e 30 mg nei giorni 8 a 14
dopo la prima infusione. L’obiettivo primario (endpoint primario) era la proporzione di pazienti che
raggiungevano una risposta ACR20 alla settimana 24. I pazienti erano seguiti oltre le 24 settimane per
gli obiettivi a lungo termine, che includevano la valutazione radiografica a 56 settimane e a
104 settimane. Durante questo periodo, nell’ambito di un’estensione del protocollo di studio in aperto,
l’81 % dei pazienti provenienti dal gruppo placebo originale, ha ricevuto rituximab tra le settimane 24
Studi con rituximab condotti in pazienti con artrite in fase precoce (early) (pazienti non trattati in
precedenza con metotrexato e pazienti con inadeguata risposta al metotrexato, ma non ancora trattati
con inibitori del TNF-alfa), hanno raggiunto i loro obiettivi primari (endpoint primari). Dal momento
che i dati di sicurezza sul trattamento a lungo termine con rituximab non sono sufficienti, in
particolare riguardo al rischio di sviluppare neoplasie o PML, rituximab non è indicato per tali pazienti.
Risultati dell’attività della malattia
Rituximab in associazione con metotrexato ha aumentato significativamente la percentuale di pazienti
che ha raggiunto almeno il 20 % di miglioramento nella risposta ACR, rispetto ai pazienti trattati con
solo metotrexato (tabella 15). In tutti gli studi condotti, nei pazienti, il beneficio del trattamento era
simile, indipendentemente da età, genere, area della superficie corporea, etnia, numero di precedenti
trattamenti o stato della malattia.
Miglioramenti clinicamente e statisticamente significativi sono stati osservati anche in tutte le singole
componenti della risposta ACR (conta delle articolazioni doloranti e tumefatte, valutazione
complessiva del paziente e del medico, indice di disabilità (HAQ), valutazione del dolore e delle
proteine C reattive (mg/dL)).
Tabella 15 Risultati della risposta clinica all’obiettivo primario (endpoint primario) dello
Studio 1 (popolazione ITT)
Risultato† Placebo+MTX Rituximab + MTX
(2 x 1.000 mg)
Studio 1 N = 201 N = 298
ACR20 36 (18 %) 153 (51 %)***
ACR50 11 (5 %) 80 (27 %)***
ACR70 3 (1 %) 37 (12 %)***
44 (22 %) 193 (65 %)***
Variazione media del
† Risultato a 24 settimane
Differenza significativa dal placebo + MTX al momento della rilevazione (time point) primaria: ***p ≤ 0,0001
I pazienti trattati con rituximab in associazione con metotrexato presentavano una riduzione
significativamente maggiore nel punteggio dell’attività della malattia (Disease Activity Score/DAS28),
rispetto ai pazienti trattati con solo metotrexato (tabella 15). Analogamente, una risposta da buona a
moderata secondo l’EULAR (European League Against Rheumatism), è stata raggiunta da un numero
significativamente più elevato di pazienti trattati con rituximab e metotrexato, rispetto ai pazienti
trattati con metotrexato da solo (tabella 15).
Il danno articolare strutturale è stato accertato radiologicamente ed espresso come variazione del
punteggio totale Sharp modificato (mTSS) e dei suoi componenti, il punteggio dell’erosione e il
punteggio dell’assottigliamento dello spazio articolare.
Nello Studio 1, condotto in soggetti con risposta inadeguata o intolleranza alle terapie con uno o più
inibitori del TNF che hanno ricevuto rituximab in associazione con metotrexato, i pazienti hanno
evidenziato alla 56a settimana una progressione a livello radiografico significativamente minore
rispetto a quelli che originariamente hanno ricevuto metotrexato in monoterapia. Dei pazienti trattati
originariamente con metotrexato in monoterapia, l’81 % ha ricevuto rituximab come terapia di
salvataggio tra le settimane 16 e 24, o come prolungamento dello studio, prima della 56a settimana.
Inoltre, una percentuale più elevata di pazienti che ha ricevuto l’originale trattamento con
rituximab/MTX non ha evidenziato progressione delle lesioni erosive nell’arco delle 56 settimane
Tabella 16 Risultati radiologici dopo 1 anno (popolazione mITT)
Placebo+MTX Rituximab + MTX
2 x 1.000 mg
Studio 1 (n = 184) (n = 273)
Variazione media, dal basale:
Punteggio totale Sharp
Punteggio dell’erosione 1,32 0,60*
dell’assottigliamento dello spazio
articolare 0,98 0,41**
Percentuale di pazienti senza
modifiche radiologiche 46% 53% NS
Percentuale di pazienti con
nessuna progressione erosiva
60 %, NS
Nello Studio 1, 150 pazienti originariamente randomizzati per placebo+ MTX, in un anno hanno ricevuto
almeno un ciclo di RTX + MTX.
* p < 0,05, ** p < 0,001 Abbreviazione: NS, non significativo.
L’inibizione della percentuale di progressione del danno articolare è stata anche osservata sul lungo
termine. L’analisi radiografica a 2 anni nello Studio 1 ha dimostrato una significativa riduzione della
progressione del danno articolare strutturale nei pazienti che avevano ricevuto rituximab in
associazione con metotrexato rispetto a quelli con il solo metotrexato e così pure una percentuale
significativamente più alta di pazienti senza progressione del danno articolare oltre i 2 anni.
Funzione fisica e risultati sulla qualità di vita
Nei pazienti trattati con rituximab, sono stati
osservate riduzioni significative dei punteggi relativi
all’indice di disabilità (HAQ-DI) e della stanchezza (FACIT-Fatigue), rispetto a pazienti trattati con
solo metotrexato. La percentuale di pazienti trattati con rituximab che hanno mostrato una differenza
minima clinicamente importante (MCID) nel HAQ-DI (definita come una riduzione del punteggio
totale individuale > 0,22) era anche maggiore di quella riscontrata nei pazienti che hanno ricevuto solo
metotrexato (tabella 14).
E’ stato dimostrato un significativo miglioramento dello stato di salute, in termini di qualità della vita,
con un significativo miglioramento dell’SF-36, sia nel punteggio della salute fisica (PHS), sia nel
punteggio della salute mentale (MHS). Inoltre, una percentuale significativamente più alta di pazienti
ha raggiunto MCID per questi punteggi (tabella 17).
Tabella 17 Risultati dello studio 1 sulla funzione fisica e sulla qualità di vita, alla settimana
Risultati† Placebo+MTX Rituximab + MTX
(2 x 1.000 mg)
n = 201
n = 298
Variazione media del HAQ-DI 0,1 −0,4***
% HAQ-DI MCID 20 % 51 %
Variazione media del FACIT-T −0,5 −9,1***
n = 197 n = 294
Variazione media del SF-36 0,9 5,8***
% SF-36 PHS MCID 13 % 48 %***
Variazione media del SF-36 1,3 4,7**
% SF-36 MHS MCID 20 % 38 %*
† Risultati alla settimana 24.
Differenza significativa dal placebo al momento della rilevazione (time point primario): * p< 0,05, **p< 0,001,
***p≤ 0,0001. MCID HAQ-DI ≥ 0,22, MCID SF-36 PHS > 5,42, MCID SF-36 MHS > 6,33.
Efficacia degli autoanticorpi nei pazienti sieropositivi (RF e/o anti-CCP)
I pazienti sieropositivi al Fattore Reumatoide (RF) e/o all’anti-Peptide Ciclico Citrullinato (anti-CCP)
che sono stati trattati con rituximab in associazione con metotrexato, hanno mostrato una migliore
risposta rispetto ai pazienti negativi ad entrambi.
Nei pazienti trattati con rituximab, i risultati di efficacia sono stati analizzati sulla base dello stato
autoanticorpi prima dell’inizio del trattamento. Alla settimana 24, i pazienti che erano
sieropositivi all’RF e/o agli anti-CCP, al basale hanno avuto una probabilità significativamente
maggiore di raggiungere le risposte ACR20 e 50, rispetto ai pazienti sieronegativi (p = 0,0312 e
p = 0,0096) (tabella 18). Questi risultati sono stati replicati alla settimana 48, dove la sieropositività
autoanticorpale ha significativamente incrementato la probabilità di raggiungere l’ACR70. Alla
settimana 48 i pazienti sieropositivi avevano una probabilità 2-3 volte maggiore di raggiungere una
risposta ACR, rispetto ai pazienti sieronegativi. I pazienti sieropositivi presentavano anche una
riduzione significativamente maggiore del DAS28-VES, rispetto ai pazienti sieronegativi (Figura 1).
Tabella 18 Riepilogo dell’efficacia sulla base dello stato autoanticorpale, al basale
Settimana 24 Settimana 48
(n = 514)
(n = 106)
(n = 506)
(n = 101)
ACR20 (%) 62,3* 50,9 71,1* 51,5
ACR50 (%) 32,7* 19,8 44,9** 22,8
ACR70 (%) 12,1 5,7 20,9* 6,9
Risposta EULAR (%) 74,8* 62,9 84,3* 72,3
Variazione media del DAS28-
−1,97** −1,50 −2,48*** −1,72
Livelli significativi sono stati definiti come * p< 0,05, **p< 0,001, ***p< 0,0001.
Figura 1: Variazione dal basale del DAS28-VES, tenendo conto dello stato autoanticorpale,
Efficacia nel lungo termine con cicli ripetuti di terapia
Il trattamento con rituximab in associazione con metotrexato, per cicli multipli, ha dato notevoli
miglioramenti nei segni clinici e nei sintomi dell’artrite reumatoide, come indicato dai risultati ACR,
DAS28-VES e risposte EULAR, che sono stati evidenti in tutte le popolazioni studiate (Figura 2). Si
sono osservati sostanziali miglioramenti nella funzione fisica come indicato dal punteggio HAQ-DI e
dalla percentuale di pazienti che hanno ottenuto MCID per HAQ-DI.
Figura 2: Risposte ACR per 4 cicli di trattamento (24 settimane dopo ciascun ciclo, per
paziente e nell’ambito della visita -Within Patient, Within Visit-), in pazienti con
inadeguata risposta agli inibitori del TNF (n = 146)
Risultati dal laboratorio clinico
Negli studi clinici, un totale di 392 (12,7 %) su 3.095 pazienti con artrite reumatoide, in seguito a
trattamento con rituximab sono risultati positivi agli ADA. Nella maggior parte dei pazienti,
l’insorgenza di ADA non era associata a peggioramento clinico o ad un aumentato rischio di reazioni a
infusioni successive. La presenza di ADA può essere associata ad un peggioramento delle reazioni a
infusioni o allergiche, dopo la seconda infusione di cicli successivi.
L’Agenzia Europea dei Medicinali ha previsto l’esonero dall’obbligo di presentare i risultati degli
studi con rituximab in tutti i sottogruppi della popolazione pediatrica per artrite autoimmune. Vedere
paragrafo 4.2 per informazioni sull’uso pediatrico.
Efficacia e sicurezza clinica nella granulomatosi con poliangioite (GPA) e nella poliangioite
Trattamento di induzione della remissione in pazienti adulti
Nello Studio 1 su GPA/MPA, un totale di 197 pazienti di età pari o superiore a 15 anni con GPA
(75 %) e MPA (24 %) in fase attiva e di grado severo, sono stati arruolati e trattati nello studio di non
inferiorità multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con confronto attivo.
I pazienti sono stati randomizzati in un rapporto 1:1 a ricevere o ciclofosfamide, per via orale
giornaliera (2 mg/kg/die) per 3-6 mesi o rituximab (375 mg/m2), una volta alla settimana per
4 settimane. Tutti i pazienti del braccio ciclofosfamide hanno ricevuto terapia di mantenimento con
azatioprina durante il periodo di osservazione (follow-up). I pazienti di entrambi i bracci hanno
ricevuto 1.000 mg al giorno di metilprednisolone in bolo, per via endovenosa (o un altro
glucocorticoide a dose equivalente), da 1 a 3 giorni, seguiti da prednisone per via orale (1 mg/kg/die,
senza superare gli 80 mg/die). La riduzione di prednisone è stata completata entro 6 mesi dall’inizio
del trattamento in studio.
La misura dell’obiettivo primario era il raggiungimento della remissione completa a 6 mesi, definita
come punteggio di Birmingham Vasculitis Activity per granulomatosi di Wegener (BVAS/WG) di 0, e
assenza di terapia con glucocorticoidi. Il margine predefinito di non inferiorità per la differenza tra i
trattamenti era del 20 %. Per la remissione completa (CR) a 6 mesi, lo studio ha dimostrato la non
inferiorità di rituximab rispetto a ciclofosfamide (tabella 19).
L’efficacia è stata osservata sia per i pazienti di nuova diagnosi che per i pazienti con malattia
recidivante (tabella 20).
Tabella 19 Percentuale di pazienti adulti che hanno raggiunto la remissione completa a 6
mesi (Popolazione che si intende trattare -Intent-to-Treat Population-*)
(n = 99)
(n = 98)
Differenza tra i
63,6 % 53,1 %
95,1 %b IC (−3,2 %,
24,3 %) a
- IC = intervallo di confidenza.
- * Attribuzione del caso peggiore.
a La non inferiorità era dimostrata nel momento in cui il limite inferiore (−3,2 %) era maggiore del limite
predefinito di non inferiorità (−20 %).
b Il livello di confidenza al 95,1 % riflette un ulteriore 0,001 alfa per considerare un’analisi di efficacia ad
Tabella 20 Remissione completa a 6 mesi, sulla base allo stato di malattia
Rituximab Ciclofosfamide Differenza
(IC al 95 %)
Tutti i pazienti n = 99 n = 98
nuova diagnosi n = 48 n = 48
recidivanti n = 51 n = 50
Tutti i pazienti 63,9 % 53,1 % 10,6 % (-3,2, 24,3)
Nuova diagnosi 60,4 % 64,6 % −4,2 % (−23,6, 15,3)
Recidivanti 66,7 % 42,0 % 24,7 % (5,8, 43,6)
L’attribuzione del caso peggiore è applicata ai pazienti con dati mancanti.
Remissione completa a 12 e 18 mesi
Nel gruppo rituximab, il 48 % dei pazienti ha raggiunto la CR a 12 mesi e il 39 % dei pazienti ha
raggiunto la CR a 18 mesi. Nei pazienti trattati con ciclofosfamide (seguita da azatioprina per il
mantenimento della remissione completa), il 39 % dei pazienti ha raggiunto la CR a 12 mesi e il 33 %
dei pazienti ha raggiunto la CR a 18 mesi. Nel gruppo rituximab, dal mese 12 al mese 18, , sono state
osservate 8 recidive rispetto alle 4 nel gruppo ciclofosfamide.
Esami di laboratorio
Nello studio sull’induzione della remissione, un totale di 23 su 99 (23 %) pazienti trattati con
rituximab, sono risultati positivi ad ADA
entro 18 mesi. Allo screening, nessuno dei 99 pazienti
trattati con rituximab era positivo ad ADA. Nell’ambito del suddetto studio, la presenza di ADA non
ha prodotto alcuna apparente tendenza, o effetto negativo apparente sulla sicurezza o sull’efficacia.
Trattamento di mantenimento della remissione in pazienti adulti
In uno studio prospettico, multicentrico, controllato e in aperto, un totale di 117 pazienti (88 affetti
da GPA, 24 da MPA e 5 da vasculite ANCA associata limitata al rene), in remissione dalla malattia,
sono stati randomizzati al trattamento con azatioprina (59 pazienti) o rituximab (58 pazienti). I
pazienti inclusi, di età compresa tra 21 e 75 anni e con malattia di nuova diagnosi o recidivante, dopo
il trattamento combinato con glucocorticoidi e ciclofosfamide in bolo, , erano in remissione
completa. La maggioranza dei pazienti risultava ANCA-positiva alla diagnosi o durante il decorso
della malattia e presentava una vasculite necrotizzante dei vasi di piccolo calibro, istologicamente
confermata con un fenotipo clinico di GPA o MPA oppure una vasculite ANCA associata limitata al
rene oppure entrambe.
La terapia d’induzione della remissione consisteva in prednisone per via endovenosa, somministrato
a discrezione dello sperimentatore, e preceduto, in alcuni pazienti, da metilprednisolone in bolo, e
da ciclofosfamide in bolo, fino all’ottenimento della remissione dopo 4-6 mesi. In quel momento, ed
entro massimo 1 mese dalla somministrazione dell’ultimo bolo di ciclofosfamide, i pazienti
sono stati randomizzati al trattamento con rituximab (due infusioni endovenose da 500 mg, ciascuna
separate da un intervallo di due settimane [il giorno 1 e il giorno 15], seguite da un’infusione
endovenosa da 500 mg ogni 6 mesi per 18 mesi), o al trattamento con azatioprina (somministrata
per via orale alla dose di 2 mg/kg/die per 12 mesi, successivamente alla dose di 1,5 mg/kg/die per 6
mesi e, infine, alla dose di 1 mg/kg/die per 4 mesi [trascorsi questi 22 mesi si verificava
l’interruzione della terapia]). Per il trattamento con prednisone si è proceduto alla riduzione a scalare
della dose e, successivamente, al mantenimento di un basso dosaggio (circa 5 mg/die) per almeno 18
mesi dopo la randomizzazione. La riduzione a scalare della dose di prednisone e la decisione di
interrompere la sua somministrazione dopo 18 mesi, sono stati rimessi alla discrezione dello
Tutti i pazienti sono stati seguiti fino al mese 28 (rispettivamente, 10 o 6 mesi dopo , l’ultima
infusione di rituximab o l’ultima dose di azatioprina). A tutti i pazienti con conta di linfociti T CD4+
inferiore a 250 per millimetro cubo è stato richiesto di sottoporsi alla profilassi per la polmonite da
La misura di esito primario (outcome) era il tasso di recidiva grave al Mese 28.
In 3 (5%) pazienti nel gruppo rituximab e in 17 (29%) pazienti nel gruppo azatioprina (p=0,0007), al
Mese 28 si è verificata recidiva grave (definita come la ricomparsa di segni clinici e/o laboratoristici,
indicativi di attività della vasculite [BVAS > 0] che potrebbero causare danno o insufficienza
d’organo oppure risultare rischioso per la vita). Recidive minori (non rischiosi per la vita, né
comportanti grave danno d’organo), si sono invece manifestate in 7 (12%) pazienti nel gruppo
rituximab e in 8 (14%) pazienti nel gruppo azatioprina.
Le curve relative al tasso di incidenza cumulativa hanno mostrato che il tempo alla prima recidiva
grave è risultato maggiore nei pazienti trattati con rituximab a partire dal Mese 2 e che tale condizione
è stata mantenuta fino al Mese 28 (Figura 3).
Figura 3: Incidenza cumulativa nel tempo della prima recidiva grave
Tempo di sopravvivenza (Mesi)
Numero di soggetti con recidive gravi
Azatioprina 0 0 3 3 5 5 8 8 9 9 9 10 13 15 17
Rituximab 0 0 0 0 1 1 1 1 1 1 1 1 3 3 3
Numero di soggetti a rischio
Azatioprina 59 56 52 50 47 47 44 44 42 41 40 39 36 34 0
Rituximab 58 56 56 56 55 54 54 54 54 54 54 54 52 50 0
N.B.: In assenza di eventi, i pazienti sono stati censurati al Mese 28.
Esami di laboratorio
Nell’ambito dello studio clinico sulla terapia di mantenimento, un totale di 6 su 34 (18%) pazienti
trattati con rituximab ha sviluppato ADA, ma la presenza di tali anticorpi non ha prodotto alcuna
apparente tendenza o effetto negativo sulla sicurezza o sull’efficacia.
Lo studio WA25615 (PePRS) non controllato, a braccio singolo, in aperto e multicentrico, ha
coinvolto 25 pazienti pediatrici (di età ≥ 2 e < 18 anni), affetti da GPA o MPA attiva di grado severo.
L’età mediana dei pazienti inclusi nello studio era 14 anni (intervallo da 6 a 17 anni) e la maggior
parte dei pazienti era di sesso femminile (20 su 25 [80%]). Al basale, un totale di 19 pazienti (76%) e
6 pazienti (24%) presentavano, rispettivamente, GPA e MPA. All’ingresso nello studio 18 pazienti
(72%) presentavano malattia di nuova diagnosi (13 pazienti con GPA e 5 pazienti con MPA), mentre 7
pazienti presentavano malattia recidivante (6 pazienti con GPA e 1 paziente con MPA).
Il disegno dello studio consisteva in una fase iniziale d’induzione della remissione, della durata di 6
mesi, con un periodo di osservazione (follow-up) complessivo della durata minima di 18 mesi e
massima di 54 mesi (4,5 anni). Ai pazienti dovevano essere somministrate almeno 3 dosi di
metilprednisolone per via endovenosa (30 mg/kg/die, senza superare 1 g/die), prima della prima
infusione endovenosa di rituximab. Se clinicamente indicato, potevano essere somministrate dosi
giornaliere aggiuntive (fino a un massimo di tre) di metilprednisolone per via endovenosa. Il regime
d’induzione della remissione era composto da quattro infusioni endovenose di rituximab, una volta
alla settimana, alla dose di 375 mg/m
2 di superficie corporea, somministrate nei giorni 1, 8, 15 e 22
dello studio in associazione con prednisolone o prednisone per via orale alla dose di 1 mg/kg/die
(massimo 60 mg/die), con riduzione a scalare della dose fino a un minimo di 0,2 mg/kg/die (massimo
Percentuale di pazienti
con prima recidiva grave
10 mg/die) entro il Mese 6. Dopo la fase d’induzione della remissione, e a discrezione dello
sperimentatore, i pazienti potevano ricevere ulteriori infusioni di rituximab il Mese 6, o
successivamente, per il mantenimento della remissione secondo il punteggio dell’attività della
vasculite in pazienti pediatrici (Pediatric Vasculitis Activity Score, PVAS) e il controllo dell’attività
della malattia (compresa la progressione o le riacutizzazioni della malattia) o per l’ottenimento della
Tutti e 25 i pazienti hanno completato le quattro infusioni endovenose settimanali previste per i 6 mesi
della fase d’induzione della remissione. Un totale di 24 su 25 pazienti hanno completato almeno 18
mesi del periodo di osservazione (follow-up).
Gli obiettivi dello studio erano la valutazione della sicurezza, i parametri farmacocinetici e l’efficacia
di rituximab, in pazienti pediatrici affetti da GPA e MPA (di età ≥ 2 e < 18 anni). Gli obiettivi di
efficacia dello studio erano di tipo esplorativo e sono stati prevalentemente valutati utilizzando il
punteggio dell’attività della vasculite in pazienti pediatrici (PVAS) (tabella 21).
Dose cumulativa di glucocorticoidi (per via endovenosa e orale) al Mese 6
Ventiquattro su 25 pazienti (96%) partecipanti allo studio WA25615 hanno ottenuto la riduzione a
scalare della dose di glucocorticoidi orali a 0,2 mg/kg/die (o a ≤ 10 mg/die, se inferiore), al o entro il
Mese, 6 durante il periodo di riduzione a scalare della dose di steroidi orali definito dal protocollo.
È stata osservata una riduzione della mediana relativa all’uso complessivo di glucocorticoidi orali
dalla Settimana 1 (mediana = 45 mg per dose equivalente di prednisone [IQR: 35-60]) al Mese 6
(mediana = 7,5 mg [IQR: 4-10]), che è stata successivamente mantenuta al Mese 12 (mediana = 5 mg
[IQR: 2-10]) e al Mese 18 (mediana =5 mg [IQR: 1-5]).
Trattamento durante il periodo di osservazione (follow-up)
Durante tutto il periodo dello studio, i pazienti sono stati trattati con 4-28 infusioni di rituximab (per
un massimo di 4,5 anni [53,8 mesi]). Ai pazienti sono stati somministrati fino a 375 mg/m
2 x 4 di
rituximab, ogni 6 mesi circa, a discrezione dello sperimentatore. In totale, 17 su 25 pazienti (68%)
hanno ricevuto un ulteriore trattamento con rituximab il Mese 6 o successivamente fino alla comune
chiusura dello studio. Quattordici di questi 17 pazienti hanno ricevuto tale trattamento, ulteriormente,
tra il Mese 6 e il Mese 18.
Tabella 21 Studio WA25615 (PePRS) – Remissione secondo PVAS al Mese 1, 2, 4, 6, 12 e 18
Visita allo studio Numero di pazienti responsivi, in remissione
secondo PVAS* (tasso di risposta [%])
IC al 95%α
Mese 1 0 0,0%; 13,7%
Mese 2 1 (4,0%) 0,1%; 20,4%
Mese 4 5 (20,0%) 6,8%; 40,7%
Mese 6 13 (52,0%) 31,3%; 72,2%
Mese 12 18 (72,0%) 50,6%; 87,9%
Mese 18 18 (72,0%) 50,6%; 87,9%
* Punteggio PVAS pari a 0 e raggiungimento della riduzione a scalare della dose di glucocorticoidi a 0,2 mg/kg/die
(o 10 mg/die, se inferiore) al momento della rilevazione (time-point).
αI risultati di efficacia sono di tipo esplorativo e per questi obiettivi (endpoints) non è stata eseguita alcuna analisi
Fino al Mese 6, il trattamento con rituximab (375 mg/m 2 x 4 infusioni) era lo stesso per tutti i pazienti. Dopo il
Mese 6, il trattamento durante il periodo di osservazione (follow-up) era a discrezione dello sperimentatore.
Esami di laboratorio
Un totale di 4 su 25 (16%) pazienti ha sviluppato ADA durante tutto il periodo dello studio. Dati
limitati mostrano che non è stato osservato alcuna tendenza nelle reazioni avverse segnalate dai
pazienti risultati positivi ad ADA.
In pazienti pediatrici, nell’ambito degli studi clinici condotti sulla GPA e MPA,, la presenza di ADA
non ha prodotto alcuna apparente tendenza o effetto negativo sulla sicurezza o sull’efficacia.
L’Agenzia Europea dei Medicinali ha previsto l’esonero dall’obbligo di presentare i risultati degli
studi con rituximab nella popolazione pediatrica di età < 2 anni per GPA o MPA attiva di grado severo.
Vedere paragrafo 4.2 per informazioni sull’uso pediatrico.
Efficacia e sicurezza clinica nel pemfigo volgare
Studio 1 su PV (ML22196)
Nell’ambito di uno studio randomizzato, in aperto, controllato e multicentrico, in pazienti di nuova
diagnosi affetti da pemfigo da moderato a severo (74 casi di pemfigo volgare [PV] e 16 casi di
pemfigo foliaceo [PF]), sono state valutate l’efficacia e la sicurezza di rituximab, in associazione con
terapia a bassa dose di glucocorticoidi (prednisone) a breve termine, . I pazienti, di età compresa tra
19 e 79 anni, non erano stati sottoposti a precedenti terapie per il pemfigo. In base alla gravità della
malattia, definita secondo i criteri di Harman, nella popolazione PV, 5 (13%) dei pazienti nel
gruppo rituximab e 3 (8%) dei pazienti nel gruppo prednisone a dose standard, presentavano malattia
di grado moderato, mentre 33 (87%) dei pazienti nel gruppo rituximab e 33 (92%) dei pazienti nel
gruppo con prednisone a dose standard, presentavano malattia di grado severo.
I pazienti sono stati stratificati secondo il criterio della gravità della malattia al basale (moderata o
severa), e randomizzati nel rapporto 1:1 al trattamento con rituximab e prednisone a bassa dose o al
trattamento con solo prednisone, a dose standard. I pazienti randomizzati del gruppo rituximab hanno
ricevuto un’infusione endovenosa iniziale di rituximab da 1000 mg il giorno 1, in associazione a
prednisone orale, alla dose di 0,5 mg/kg/die, gradualmente ridotta nell’arco di 3 mesi, in presenza di
malattia moderata, o di 1 mg/kg/die, gradualmente diminuita nell’arco di 6 mesi, in presenza di
malattia severa, e una seconda infusione endovenosa di 1000 mg, il giorno 15. La somministrazione
delle infusioni di mantenimento da 500 mg di rituximab è avvenuta al mese 12 e 18. I pazienti
randomizzati al gruppo prednisone a dose standard hanno ricevuto prednisone orale a una dose
iniziale di 1 mg/kg/die, gradualmente ridotta nell’arco di 12 mesi, in presenza di malattia moderata,
o di 1,5 mg/kg/die, gradualmente ridotta nell’arco di 18 mesi, in presenza di malattia severa. I
pazienti del gruppo rituximab che presentavano recidiva, potevano essere trattati con un’infusione
aggiuntiva di rituximab da 1000 mg, in combinazione con la reintroduzione o l’aumento graduale
della dose di prednisone. Le infusioni di mantenimento e quelli in caso di recidiva, sono state
somministrate non prima che fossero trascorse 16 settimane dall’infusione precedente.
L’obiettivo primario dello studio era la remissione completa (epitelizzazione completa e assenza di
lesioni nuove e/o accertate), al mese 24, senza l’uso di prednisone per due o più mesi (RCsenza ≥ 2
Risultati dello Studio 1 su PV
Per quanto riguarda il raggiungimento di RCsenza ≥ 2 mesi, al mese 24, nei pazienti affetti da pemfigo
volgare, lo studio ha mostrato risultati statisticamente significativi a favore di rituximab più
prednisone, a bassa dose, rispetto al solo prednisone, a dose standard (vedere tabella 22).
Tabella 22 Percentuale di pazienti affetti da pemfigo volgare (PV) che ha raggiunto la
remissione completa senza terapia corticosteroidea, per due o più mesi, al mese
24 (Popolazione che si intende trattare -Intent-to- Treat Population - PV)
Valore di pa
IC al 95%b
Numero di pazienti
responsivi (tasso di
34 (89,5%) 10 (27,8%) <0,0001 61,7% (38,4;
a Il valore di p è calcolato mediante il test esatto di Fisher, con correzione
secondo il metodo mid-P.
b L’intervallo di confidenza al 95% è calcolato con la correzione dell’intervallo di
Rispetto ai pazienti trattati con prednisone a dose standard, durante il periodo di trattamento di 24
mesi, il numero di pazienti trattati con rituximab più prednisone a bassa dose o con terapia senza
prednisone o con prednisone a dosi minimali (dose di prednisone pari o inferiore a10 mg/die), mostra
come rituximab abbia un effetto risparmiatore di steroidi (Figura 4).
Figura 4: Numero di pazienti senza o con minimo uso della terapia corticosteroidea (≤10
mg/die) nel corso del tempo
Valutazione retrospettiva a posteriori (post-hoc) dal laboratorio clinico
A 18 mesi, un totale di 19 su 34 (56%) pazienti affetti da pemfigo volgare, trattati con rituximab, è
risultato positivo ad ADA. Nei pazienti affetti da pemfigo volgare, trattati con rituximab, la
rilevanza clinica della formazione di ADA, non è chiara.
Studio 2 su PV (WA29330)
Uno studio randomizzato, in doppio cieco, con doppia simulazione, multicentrico, controllato verso
trattamento attivo, ha valutato l’efficacia e la sicurezza di rituximab rispetto a micofenolato mofetile
(MMF), in pazienti affetti da pemfigo volgare di grado da moderato a severo che, all’ingresso nello
studio, avevano ricevuto 60-120 mg/die di prednisone orale o equivalente (1,0-1,5 mg/kg/die), ridotti
gradualmente fino a raggiungere una dose di 60 o 80 mg/die entro il Giorno 1. I pazienti presentavano
una diagnosi confermata di pemfigo volgare formulata nei 24 mesi precedenti ed evidenza della
malattia di grado moderato o severo (definita come un punteggio totale dell’indice di attività PDAI
[Pemphigus Disease Area Index] ≥ 15).
135 pazienti sono stati randomizzati al trattamento con rituximab, 1000 mg, somministrati il Giorno 1,
il Giorno 15, alla Settimana 24 e alla Settimana 26, oppure al trattamento con MMF orale, 2 g/die, per
52 settimane, in associazione con 60 o 80 mg di prednisone orale, con l’obiettivo di procedere, per
quest’ultimo, a una riduzione scalare della dose, fino a 0 mg/die, entro la Settimana 24.
L’obiettivo primario di efficacia dello studio era valutare l’efficacia di rituximab alla Settimana 52,
rispetto a MMF, per il raggiungimento di una remissione completa sostenuta, definita come
l’ottenimento della guarigione delle lesioni, in assenza di nuove lesioni attive (ovvero punteggio PDAI
pari a 0), senza l’uso di prednisone o equivalente (0 mg/die), e nel mantenimento di tale risposta per
almeno 16 settimane consecutive, durante il periodo di trattamento di 52 settimane.
Risultati dello Studio 2 su PV
In pazienti affetti da pemfigo volgare, lo studio ha dimostrato la superiorità di rituximab rispetto a
MMF, in associazione a corticosteroidi orali, con dose a scalare, nell’ottenimento di una remissione
completa alla Settimana 52, senza l’uso di terapia corticosteroidea, per 16 o più settimane (RCsenza ≥ 16
settimane) (Tabella 23). Nella popolazione mITT, la maggioranza dei pazienti (74%) presentava
malattia di nuova diagnosi e malattia accertata nel 26% dei casi (durata della malattia ≥ 6 mesi e
precedente trattamento per il pemfigo volgare).
Tabella 23 Percentuale di pazienti affetti da pemfigo volgare che hanno ottenuto una remissione
completa sostenuta, alla Settimana 52, senza l’uso di terapia corticosteroidea per 16
o più settimane (Popolazione che si intende trattare -Intent-to-Treat- modificata)
Differenza (IC al 95%) Valore di
Numero di pazienti
responsivi (tasso di
25 (40,3%) 6 (9,5%) 30,80% (14,70%; 45,15%) <0,0001
19 (39,6%) 4 (9,1%)
Pazienti con malattia
6 (42,9%) 2 (10,5%)
IC = intervallo di confidenza. MMF = micofenolato mofetile.
Pazienti con nuova diagnosi = durata della malattia < 6 mesi e nessun precedente trattamento per il
Pazienti con malattia accertata = durata della malattia ≥ 6 mesi e precedente trattamento per il pemfigo
Per il calcolo del valore di p è stato utilizzato il test di Cochran-Mantel-Haenszel.
L’analisi di tutti i parametri secondari (inclusi dose cumulativa di corticosteroidi orali, numero totale
di riacutizzazioni della malattia e variazione della qualità di vita correlata alla salute, misurata
mediante punteggio DLQI [Dermatology Life Quality Index, indice dermatologico della qualità di
vita]), ha confermato i risultati statisticamente significativi di rituximab rispetto a MMF. L’analisi
degli obiettivi secondari (endpoint secondari) è stata controllata per molteplicità.
Esposizione ai glucocorticoidi
Nei pazienti trattati con rituximab, la dose cumulativa di corticosteroidi orali è risultata
significativamente inferiore. Nel gruppo rituximab, la dose cumulativa mediana (valore minimo,
valore massimo) di prednisone, alla Settimana 52, era pari a 2775 mg (450, 22180), mentre nel gruppo
MMF era 4005 mg (900, 19920) (p = 0,0005).
Riacutizzazione della malattia
Nei pazienti trattati con rituximab, il numero totale di riacutizzazioni di malattia è risultato
significativamente inferiore, rispetto a MMF (6 vs 44, p < 0,0001), e il numero di pazienti che ha
manifestato almeno una riacutizzazione della malattia è risultato inferiore (8,1% vs 41,3%).
Esami di laboratorio
Nello Studio 2 su PV, un totale di 20 su 63 (31,7%) pazienti, affetti da pemfigo volgare, trattati con
rituximab (19 con induzione del trattamento e 1 con potenziamento del trattamento), è risultato
positivo agli ADA, alla Settimana 52, e la presenza di tali anticorpi non ha avuto alcun effetto
negativo apparente sulla sicurezza o sull’efficacia.
5.2 Proprietà farmacocinetiche
Linfoma non-Hodgkin nei pazienti adulti
Sulla base di un’analisi farmacocinetica di popolazione condotta su 298 pazienti con LNH, che hanno
ricevuto un’infusione singola o infusioni multiple di rituximab, come agente singolo o in associazione
con terapia CHOP (dosi di rituximab utilizzate comprese tra 100 e 500 mg/m2), le stime tipiche di
popolazione relative alla clearance non specifica (CL1), alla clearance specifica (CL2), con il
probabile contributo delle cellule B o della massa tumorale, e al volume di distribuzione del
compartimento centrale (V1) sono state, rispettivamente, 0,14 l/die, 0,59 l/die e 2,7 l. La mediana
stimata dell’emivita di eliminazione terminale di rituximab è stata di 22 giorni (intervallo:
6,1-52 giorni). La conta delle cellule CD19-positive, al basale, e la dimensione delle lesioni tumorali
misurabili hanno contribuito, in parte alla variabilità della CL2 di rituximab, come rilevato dai dati di
161 pazienti che hanno assunto 375 mg/m2 come infusione endovenosa, per 4 dosi settimanali. I
pazienti con conta di cellule CD19-positive più elevata o lesioni tumorali più ampie, hanno avuto una
CL2 più elevata. Comunque, per la CL2, dopo correzione per la conta delle cellule CD19-positive e il
diametro delle lesioni tumorali, è rimasta una grande componente di variabilità inter-individuale . Il V1
è variato sulla base dell’area della superficie corporea (Body Surface Area, BSA) e della terapia CHOP.
Questa variabilità nel V1 (27, 1 % e 19,0 %), determinata, rispettivamente, dall’intervallo della BSA
(da 1,53 a 2,32 m2) e dalla terapia CHOP concomitante, è stata relativamente piccola. Età, genere e
stato delle condizioni generali secondo OMS (performance status WHO) non hanno avuto effetti sulla
farmacocinetica di rituximab. Questa analisi suggerisce che sia poco probabile che l’adeguamento
della dose di rituximab con ognuna delle covariate valutate, risulti in una riduzione significativa della
sua variabilità farmacocinetica.
Rituximab, somministrato come infusione endovenosa alla dose di 375 mg/m
2, a intervalli settimanali,
per 4 dosi a 203 pazienti con LNH mai trattati (naïve) con rituximab, dopo la quarta infusione, ha
originato una Cmax media di 486 µg/mL (intervallo: 77,5-996,6 µg/mL). Rituximab è stato rilevabile
nel siero dei pazienti per 3-6 mesi dopo il completamento dell’ultimo trattamento.
Dopo la somministrazione di rituximab alla dose di 375 mg/m
2, come infusione endovenosa, a
intervalli settimanali, per 8 dosi a 37 pazienti con LNH, la Cmax media è aumentata a ogni successiva
infusione, variando da una media di 243 µg/mL (intervallo: 16-582 µg/mL), dopo la prima infusione, a
550 µg/mL (intervallo: 171-1177 µg/mL), dopo l’ottava infusione.
Il profilo farmacocinetico di rituximab, quando è somministrato come 6 infusioni di 375 mg/m
associazione con 6 cicli di chemioterapia CHOP, è stato simile a quello visto con solo rituximab.
DLBCL/BL/BAL/BLL nei pazienti pediatrici
Nella sperimentazione clinica volta a studiare DLBCL/BL/BAL/BLL nei pazienti pediatrici, è stata
esaminata la farmacocinetica in un sottogruppo di 35 pazienti, di età uguale o superiore a 3 anni. La
farmacocinetica è risultata sovrapponibile tra le due fasce d’età (da ≥ 3 a < 12 anni vs da ≥ 12 a < 18
anni). Dopo due infusioni endovenose di rituximab da 375 mg/m
2, in ciascuno dei due cicli di
induzione (ciclo 1 e 2), seguite da un’infusione endovenosa di rituximab da 375 mg/m2, in ciascuno
dei cicli di consolidamento (cicli 3 e 4), la concentrazione massima è risultata più elevata dopo la
quarta infusione (ciclo 2), con una media geometrica di 347 µg/mL, seguita,, successivamente da
concentrazioni massime inferiori (ciclo 4: media geometrica di 247 µg/mL). Con questo regime
posologico si sono mantenuti i livelli di valle (media geometrica: 41,8 µg/mL [pre-dose ciclo 2, dopo
1 ciclo], 67,7 µg/mL [pre-dose ciclo 3, dopo 2 cicli] e 58,5 µg/mL [pre-dose ciclo 4, dopo 3 cicli]).
Nei pazienti pediatrici di età uguale o superiore a 3 anni, l’emivita di eliminazione mediana è stata di
Le caratteristiche farmacocinetiche di rituximab nei pazienti pediatrici con DLBCL/BL/BAL/BLL
sono risultate simili a quelle osservate nei pazienti adulti con LNH.
Sebbene per i pazienti di età compresa tra ≥ 6 mesi e < 3 anni non siano disponibili dati
farmacocinetici, la stima della farmacocinetica di popolazione avvalora un’esposizione sistemica
(AUC, Ctrough), in questa fascia d’età, sovrapponibile a quella della fascia d’età ≥ 3 anni (tabella 24).
Una dimensione tumorale ridotta, al basale, si correla a un’esposizione maggiore a causa di
un’inferiore clearance tempo-dipendente; tuttavia, le esposizioni sistemiche interessate dalle diverse
dimensioni tumorali, rimangono all’interno dell’intervallo in cui l’esposizione è risultata efficace e
associata ad un accettabile profilo di sicurezza.
Tabella 24 Stima dei parametri farmacocinetici dopo l’impiego dello schema posologico di
rituximab, in pazienti pediatrici con DLBCL/BL/BAL/BLL
Fascia d’età Da ≥ 6 mesi a < 3 anni Da ≥ 3 a < 12 anni Da ≥ 12 a < 18 anni
Ctrough (µg/mL) 47,5 (0,01-179) 51,4 (0,00-182) 44,1 (0,00-149)
(µg*die/mL) 13501 (278-31070) 11609 (135-31157) 11467 (110-27066)
Risultati presentati come mediana (valore minino – valore massimo); Ctrough, pre-dose Ciclo 4.
Leucemia linfocitica cronica
In pazienti con LLC, rituximab è stato somministrato attraverso infusione endovenosa, con la dose del
primo ciclo di
375 mg/m2, aumentata a 500 mg/m2 per ogni ciclo successivo, per 5 dosi, in
associazione con fludarabina e ciclofosfamide. La media della Cmax (N = 15), dopo la quinta infusione
di 500 mg/m2, è stata 408 μg/mL (intervallo 97-764 μg/mL) e la media dell’emivita terminale è stata di
32 giorni (intervallo 14-62 giorni).
In seguito a due infusioni endovenose di rituximab, alla dose di 1.000 mg, a distanza di due settimane,
l’emivita terminale media era di 20,8 giorni (intervallo da 8,58 a 35,9 giorni), la clearance sistemica
media era di 0,23 l/giorno (intervallo da 0,091 a 0,67 l/die) e il volume di distribuzione medio, allo
stato stazionario, era di 4,6 l (intervallo da 1,7 a 7,51 l). Le analisi farmacocinetiche di popolazione
degli stessi dati hanno dato valori medi simili per la clearance e l’emivita sistemiche, rispettivamente,
di 0,26 l/die e 20,4 giorni. Per spiegare la variabilità interindividuale nei parametri di farmacocinetica,
le analisi farmacocinetiche di popolazione hanno rivelato che la BSA e il genere erano le covariate più
significative. Dopo aggiustamento per BSA, i soggetti maschi avevano un volume di distribuzione
maggiore e una clearance più rapida dei soggetti di sesso femminile. Le differenze farmacocinetiche
correlate al genere non sono state considerate clinicamente rilevanti e non è stato necessario alcun
adeguamento del dosaggio. Nei pazienti con insufficienza renale o epatica, non sono disponibili dati di
In quattro studi, la farmacocinetica di rituximab è stata valutata dopo due dosi endovenose (e.v.) da
500 mg e 1.000 mg,
al giorno 1 e 15,. In tutti questi studi, la farmacocinetica di rituximab è risultata
proporzionale alla dose, oltre l’intervallo limite del dosaggio studiato. Nel siero, dopo la prima
infusione, il valore medio della Cmax di rituximab era compreso tra 157 e 171 μg/mL, per il dosaggio
2 x 500 mg e tra 298 e 341 μg/mL, per il dosaggio 2 x 1.000 mg. Dopo la seconda infusione, il valore
medio della Cmax era compreso tra 183 e 198 μg/mL, per il dosaggio 2 × 500 mg e compreso tra 355 e
404 μg/mL, per il dosaggio 2 × 1.000 mg. L’emivita terminale media di eliminazione era compresa tra
15 e 16 giorni,, per il dosaggio 2 x 500 mg e tra 17 e 21 giorni per il dosaggio 2 × 1.000 mg. Per
entrambi i dosaggi, il valore medio della Cmax era tra 16 e 19 %, più alto dopo la seconda infusione,
rispetto alla prima infusione
La farmacocinetica di rituximab è stata valutata a seguito di due dosi endovenosa, da 500 mg e
1.000 mg, dopo il ritrattamento nel secondo ciclo. Il valore medio della Cmax di rituximab, nel siero
dopo la prima infusione, era compreso tra 170 e 175 μg/mL, per il dosaggio 2 x 500 mg, e tra 317 e
370 μg/mL, per il dosaggio 2 x 1.000 mg. Dopo la seconda infusione, il valore medio di Cmax era di
207 μg/mL, per il dosaggio 2 x 500 mg, e tra 377 e 386 μg/mL, per il dosaggio 2 x 1.000 mg.
L’emivita terminale media di eliminazione, dopo la seconda infusione, dopo il secondo ciclo, era di
19 giorni, per il dosaggio 2 x 500 mg, e tra 21 e 22 giorni, per il dosaggio 2 x 1.000 mg. Dureante i
due cicli di trattamento, i parametri farmacocinetici per rituximab erano paragonabili.
Nella popolazione di soggetti con inadeguata risposta agli anti-TNF, sottoposti allo stesso schema
posologico (2 x 1.000 mg endovenosa, a distanza di 2 settimane), i parametri farmacocinetici erano
simili, con una concentrazione sierica massima media di 369 µg/mL e un’emivita terminale media di
Granulomatosi con poliangioite (GPA) e poliangioite microscopica (MPA)
Sulla base delle analisi farmacocinetiche di popolazione dei dati di 97 pazienti affetti da granulomatosi
con poliangioite e poliangioite microscopica, che hanno ricevuto 375 mg/m2 di rituximab, una volta
alla settimana, per quattro settimane, l’emivita mediana terminale di eliminazione stimata era di 23
giorni (intervallo da 9 a 49 giorni). La clearance media e il volume di distribuzione di rituximab erano,
rispettivamente di 0,313 L/die (intervallo da 0,116 a 0,726 L/die) e 4,50 L (intervallo da 2,25 a 7,39 L).
Durante i primi 180 giorni, la concentrazione massima (Cmax), la concentrazione minima al giorno 180
(C180) e l’area cumulativa sotto la curva, nell’arco di 180 giorni (AUC180), si sono attestate,
rispettivamente, a (mediana [intervallo]) 372,6 (252,3-533,5) µg/mL, 2,1 (0-29,3) µg/mL e 10302
(3653-21874) µg/mL*die. Nei pazienti adulti affetti da GPA e MPA, i parametri farmacocinetici di
rituximab appaiono simili a quelli osservati nei pazienti con artrite reumatoide.
Sulla base delle analisi farmacocinetiche di popolazione su 25 bambini (di età compresa tra 6 e 17
anni), affetti da GPA e MPA, che hanno ricevuto 375 mg/m2 di Blitzima, una volta alla settimana per
quattro settimane, l’emivita mediana terminale di eliminazione stimata era di 22 giorni (intervallo da
11 a 42 giorni). La clearance media e il volume di distribuzione di rituximab erano, rispettivamente, di
0,221 L/die (intervallo da 0,0996 a 0,381 L/die) e 2,27 L (intervallo da 1,43 a 3,17 L). Durante i primi
180 giorni, la concentrazione massima (Cmax), la concentrazione minima al giorno 180 (C180) e l’area
cumulativa sotto la curva, nell’arco di 180 giorni (AUC180), si sono attestate, rispettivamente, a
(mediana [intervallo]) 382,8 (270,6-513,6) µg/mL, 0,9 (0-17,7) µg/mL e 9787 (4838-20446)
µg/mL*die. Tenendo conto dell’effetto prodotto dall’area della superficie corporea (BSA) sui
parametri di clearance e volume di distribuzione, nei pazienti pediatrici affetti da GPA o MPA, i
parametri farmacocinetici di rituximab sono risultati simili a quelli osservati nei pazienti adulti affetti
da GPA o MPA.
I parametri farmacocinetici in pazienti adulti con pemfigo volgare trattati con rituximab 1000 mg ai
Giorni 1, 15, 168 e 182 sono riassunti nella tabella 25.
Tabella 25 Farmacocinetica di popolazione in pazienti adulti affetti da pemfigo volgare, nello
Studio 2 su PV
Parametro Ciclo di infusione
1° ciclo di 1000 mg
Giorno 1 e Giorno 15
2° ciclo di 1000 mg
Giorno 168 e Giorno 182
Emivita terminale di
Volume centrale di
In pazienti affetti da pemfigo volgare, dopo le prime due somministrazioni di rituximab (nei Giorni 1 e
15, corrispondenti al Ciclo 1), i parametri farmacocinetici di rituximab sono risultati simili a quelli
osservati in pazienti affetti da granulomatosi con poliangioite/poliangioite microscopica e in pazienti
affetti da artrite reumatoide. Dopo le ultime due somministrazioni (nei Giorni 168 e 182,
corrispondenti al Ciclo 2), la clearance di rituximab è diminuita mentre il volume centrale di
distribuzione è rimasto invariato.
5.3 Dati preclinici di sicurezza
Rituximab si è rivelato altamente specifico per l'antigene CD20 sulle cellule B. Gli studi di tossicità
effettuati nel macaco cinomolgo (cynomolgus monkeys) non hanno evidenziato altri effetti se non
l'attesa deplezione farmacologica delle cellule B nel sangue periferico e nel tessuto linfonodale.
Studi di tossicità dello sviluppo sono stati condotti nelle scimmie cynomolgus con dosi fino a
(trattamento nei giorni di gestazione 20-50) e hanno mostrato che non c’è evidenza di
tossicità per il feto dovuta a rituximab. In ogni caso, negli organi linfoidi del feto è stata osservata la
deplezione farmacologica delle cellule B in maniera dose-dipendente, che si è mantenuta anche dopo
la nascita ed è stata associata ad una riduzione dei livelli di IgG negli animali neonati colpiti. In questi
animali, la conta delle cellule B è tornata ai valori normali entro 6 mesi dalla nascita e non ha
compromesso le reazioni di immunizzazione.
Non stati effettuati i tests standard per indagare la mutagenicità, in quanto tali esami non sono rilevanti
per questa molecola. Non sono stati eseguiti studi a lungo termine sugli animali per la definizione del
potenziale carcinogenico del rituximab.
Non sono stati eseguiti studi specifici per determinare gli effetti di rituximab sulla fertilità. In generale,
negli studi di tossicità condotti nei macachi cynomolgus non sono stati osservati effetti deleteri a
carico degli organi riproduttivi maschili o femminili.
6. Informazioni farmaceutiche
6.1 Elenco degli eccipienti
Sodio citrato diidrato (E331)
Polisorbato 80 (E433)
Acqua per preparazioni iniettabili
Non sono state osservate incompatibilità tra rituximab e le sacche di polivinile cloruro o di polietilene,
o la strumentazione per l’infusione.
Il medicinale non deve essere miscelato con altri medicinali, tranne quelli citati nel paragrafo 6.6.
6.3 Periodo di validità
Flaconcino mai aperto
Blitzima può essere conservato a temperature non superiori ai 30 °C per un sola volta fino a 10 giorni,
ma senza superare la data di scadenza. La nuova data di scadenza deve essere scritta sulla confezione.
Una volta prelevato dal frigorifero, Blitzima non deve essere conservato nuovamente in frigorifero.
La soluzione di rituximab preparata per l’infusione con una soluzione di sodio cloruro allo 0.9% è
stabile fisicamente e chimicamente per 30 giorni a temperatura tra 2 °C-8 °C e successivamente per
24 ore a temperatura ambiente (≤ 30 °C), o 10 giorni a ≤ 30 °C.
La soluzione di rituximab preparata per l’infusione con una soluzione di D-glucosio al 5% è stabile
fisicamente e chimicamente per 24 ore a temperatura tra 2 °C-8 °C e successivamente per 12 ore a
temperatura ambiente (non superiore a 30 °C).
Da un punto di vista microbiologico, la soluzione preparata per l’infusione deve essere utilizzata
immediatamente. Se non viene utilizzata immediatamente, i tempi e le condizioni di conservazione
prima dell’uso sono sotto la responsabilità dell’utilizzatore e non si dovrebbero normalmente superare
le 24 ore a temperatura tra 2 °C-8 °C, a meno che la diluizione sia avvenuta in condizioni asettiche
controllate e validate.
6.4 Precauzioni particolari per la conservazione
Conservare in frigorifero (2 °C – 8 °C). Tenere il flaconcino nell’imballaggio esterno per proteggere il
medicinale dalla luce.
Per le condizioni di conservazione dopo diluizione del medicinale, vedere paragrafo 6.3.
6.5 Natura e contenuto del contenitore
Blitzima 100 mg concentrato per soluzione per infusione
Flaconcini in vetro trasparente di Tipo I con tappo in gomma butilica, contenenti 100 mg di rituximab
in 10 mL. Confezioni da 2 flaconcini.
Blitzima 500 mg concentrato per soluzione per infusione
Flaconcini in vetro trasparente di Tipo I con tappo in gomma butilica, contenenti 500 mg di rituximab
in 50 mL. Confezioni da 1 flaconcino o 2 (2 x 1) flaconcini (multipack).
È possibile che non tutte le confezioni siano commercializzate.
6.6 Precauzioni particolari per lo smaltimento e la manipolazione
Blitzima viene fornito in flaconcini sterili, senza conservanti, apirogeni, monouso.
Per preparare Blitzima devono essere usati un ago e una siringa sterili. Aspirare, in condizioni di
sterilità, la quantità necessaria di Blitzima e diluire ad una concentrazione
calcolata da 1 a 4 mg/mL di
rituximab in una sacca per infusione contenente soluzione iniettabile sterile e apirogena di sodio
cloruro 9 mg/mL (0,9 %), oppure di D-glucosio 5 % in acqua. Per miscelare la soluzione, capovolgere
lentamente la sacca in modo da evitare il formarsi di schiuma. Deve essere posta attenzione affinché
sia garantita la sterilità delle soluzioni preparate. Poiché il medicinale non contiene conservanti
antimicrobici o agenti batteriostatici, si devono osservare le tecniche di asetticità. I medicinali per uso
parenterale devono essere controllati visivamente per verificare la presenza di particelle o alterazioni
del colore, prima di essere somministrati.
Il medicinale non utilizzato ed i rifiuti derivati da tale medicinale devono essere smaltiti in conformità
alla normativa locale vigente.
7. TITOLARE DELL'AUTORIZZAZIONE ALL'IMMISSIONE IN COMMERCIO
Celltrion Healthcare Hungary Kft.
Váci út 1-3. WestEnd Office Building B torony
8. NUMERO(I) DELL’AUTORIZZAZIONE ALL’IMMISSIONE IN COMMERCIO
Blitzima 100 mg concentrato per soluzione per infusione
Blitzima 500 mg concentrato per soluzione per infusione
9. DATA DELLA PRIMA AUTORIZZAZIONE/ RINNOVO DELL’AUTORIZZAZIONE
Data della prima autorizzazione: 13 luglio 2017
Data del rinnovo più recente: 25 aprile 2022
10. DATA DI REVISIONE DEL TESTO
Informazioni più dettagliate su questo medicinale sono disponibili sul sito web dell’Agenzia Europea
dei Medicinali: http://www.ema.europa.eu/